Il capolavoro di Francesco Rosi “Le mani sulla città”, a distanza di tanti anni, rimane più attuale che mai, una emblematica testimonianza delle devastazioni prodotte nelle nostre città dalla speculazione edilizia e, negli ultimi decenni, dal ridondante proliferare di inutili e tristi centri commerciali e di aree artigianali sorte senza alcuna apparente pianificazione.

Vi consigliamo di riguardare con la calma che merita l’intero film, ma di soffermarvi in particolare sui minuti dal 39:00 al 41:00, in cui Nottola, costruttore edile e consigliere comunale (!) afferma: “C’è un solo modo: l’ufficio sicurezza del comune dichiara le case in pericolo immediato di crollo ed emette l’ordinanza di sfratto oggi stesso“. Poi al minuto 47:00 la perla migliore (si fa per dire), fulgida espressione della vocazione del politico-palazzinaro: “Non è meglio che quella roba si leva di mezzo per fare tanti palazzi?“. Il fine è quello di demolire una serie di vecchie palazzine, in realtà non pericolanti, per far posto ad una serie di condomini.

Le mani sulla città

Le mani sulla città

Il film si conclude tristemente con l’inaugurazione del nuovo progetto di espansione alla presenza di un ministro e di un cardinale. Improvvisamente sui titoli di coda ho iniziato a pensare alla Telfer, al Lanificio Gruber, all’area Camuzzi, alla SIRI… che squallido e purtroppo lungo elenco di insensate distruzioni, alcune realizzate, altre in progetto.

Siamo di fronte fondamentalmente, a un problema culturale, mi metto nei panni di chi interpreta tutti gli eventi con le categorie degli schieramenti, delle fazioni politiche e dei movimenti e posso comprendere il suo ragionevole disorientamento.

In tutto il Paese non ci sono generici avversari o appartenenti a gruppi politici con cui confrontarsi, ma una serie di mediocri personaggi, nei confronti dei quali riaffermare il principio del rispetto per la nostra storia, anche per quella industriale, nell’ottica di un nuovo sviluppo per il territorio.

La tutela del patrimonio pubblico è un dovere fondamentale per ogni amministratore, si tratti di una chiesa, di una vecchia fabbrica, di una biblioteca, tanto per non parlare dell’incredibile vicenda delle ultime ore. Per fortuna che non c’è stato nessun ferito né tra gli utenti né tra i dipendenti comunali ma come al solito quanto è accaduto è lo specchio del lassismo e dello stato di abbandono cui versa il patrimonio della nostra città. Si porta l’assenza di manutenzione alle estreme conseguenze e poi bisogna correre per evitare guai peggiori oppure si finisce per arrivare all’extrema ratio della demolizione, buona per ogni circostanza, vedi la Telfer.

Dunque stiamo tentando di affermare un principio democratico di condivisione delle scelte che riguardano il bene comune, scelte economiche prima di tutto, che possano tradursi finalmente nel benessere diffuso per la collettività.

Inoltre stiamo rivendicando un soggettivo diritto al bello, stufi come siamo di veder sorgere ipermercati e condomini che non servono a nulla, se non a omologare le menti in una apatica prospettiva esistenziale.

L’Italia è ancora, nonostante i Nottola e i Vito Ciancimino, un sorprendente museo a cielo aperto, fatto anche di un pregevole patrimonio edilizio della prima grande industrializzazione avvenuta tra fine Ottocento e inizio Novecento. Terni ha ancora il privilegio di potersi distinguere, con coraggio, da quanto fanno tutte le altre città. E’ ora di finirla con gli strani “interessi” che volano bassi sulle nostre esistenze.