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Democrazia Cristiana – Le correnti

 

Le correnti della Democrazia Cristiana

La storia della Democrazia Cristiana è anche la storia delle sue correnti. Entrate nella retorica anti-partitica, le correnti democristiane sono state anche uno dei contributi più originali del pensiero e dell’organizzazione dei democratici cristiani italiani dal secondo dopoguerra fino alla sua eclissi. Un primo, sommario, panorama di tali correnti costituisce un orientamento preliminare da approfondire con ulteriori analisi e documentazioni.

Periodo degasperiano

Durante il periodo degasperiano, non si può parlare di vere e proprie correnti organizzate. Ma ricco è il dibattito, spesso molto acceso, su orientamenti e politiche del partito che hanno trovato distinzioni e contestazioni. I degasperiani sono stati, dalla nascita della DC fino alla morte di Alcide De Gasperi, il riferimento centrale, largamente maggioritario, del partito. I primi quattro Congressi nazionali della DC (1946, 1947, 1949, 1952) hanno visto i degasperiani guidare saldamente la DC. In larga parte provenivano dall’ex Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Tra di essi si distinguono Attilio Piccioni, Giuseppe Spataro, Mario Scelba, Bernardo Mattarella, Giulio Andreotti. I degasperiani possono essere considerati una “corrente” dal momento in cui si è manifestata in maniera evidente la corrente politica dei dossettiani, dal nome del suo principale esponente, Giuseppe Dossetti. I dossettiani più importanti sono stati Amintore Fanfani, Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira. Erano culturalmente cresciuti intorno all’Università Cattolica di Milano di padre Agostino Gemelli, e per questo sono stati chiamati anche i “professorini”. Espressero posizioni politiche di sinistra, fortemente improntate ad una concezione cristiana integrale della società, più attente alle esigenze di crescita sociale delle classi più povere del Paese. I dossettiani pubblicarono una rivista, Cronache Sociali, intorno alla quale mossero le loro principali critiche alla politica cattolico-liberale di Alcide De Gasperi e della maggioranza della DC. Il momento di maggior successo dei dossettiani viene misurato nel III° Congresso nazionale della DC nel 1949, in cui raccolgono circa il 30% dei voti congressuali, e nel V° Congresso del Movimento Giovanile della DC nel 1951, da loro vinto. Accanto a queste due fondamentali posizioni politiche nella DC del periodo degasperiano, si debbono aggiungere altri tre gruppi, molto meno influenti ma pur sempre significativi. Il primo è identificato in Politica Sociale, ovvero gli amici di Giovanni Gronchi. Sono un gruppo che nasce dalla sinistra dell’ex Partito Popolare di Sturzo, e intendono distinguersi dalla gestione degasperiana e dalla sua linea politica. Dopo l’elezione di Gronchi alla Presidenza della Camera dei Deputati prima, ed alla Presidenza della Repubblica poi, di fatto il gruppo si scioglie in altre correnti del partito. Tra i gronchiani si segnala Fernando Tambroni.
Il secondo sono i vespisti, costituito da un gruppo di ex popolari più vicini alle posizioni moderate della DC, quali Stefano Jacini e Carmine De Martino. Il nome deriva dal luogo ove nacque, il club Vespa di Roma. Il terzo, evidenziato nel Congresso nazionale del 1952, è la corrente che sarà denominata l’anno successivo Forze Sociali, una corrente legata al sindacalismo cattolico, con posizioni evidentemente più orientate a sinistra ed al mondo del lavoro, a cui fa riferimento Giulio Pastore e molti dei sindacalisti della CISL. E’ l’unica lista alternativa alla ritrovata unità del partito, con Guido Gonella Segretario politico.


Iniziativa Democratica e la DC degli anni Cinquanta

La prima, vera, corrente della Democrazia Cristiana fu Iniziativa Democratica, la corrente maggioritaria al Congresso di Napoli del 1954, guidata da Amintore Fanfani, che succedette ad Alcide De Gasperi alla segreteria politica della DC dopo la morte dello statista trentino. In Iniziativa Democratica si concentra il blocco centrale del partito, insieme alla parte più politicamente concreta del disciolto gruppo dei dossettiani, e vi troviamo quindi gran parte della futura classe dirigente democristiana: oltre ad Amintore Fanfani, ci sono Aldo Moro, Mariano Rumor, Benigno Zaccagnini, Luigi Gui, Emilio Colombo. Iniziativa Democratica è il perno su cui Amintore Fanfani costruisce una capillare struttura organizzativa della DC, per combattere sul territorio la forza e la penetrazione dell’organizzazione del PCI: di fatto, l’organizzazione della DC dei decenni successivi è stata costruita da Fanfani in questi anni. La Democrazia Cristiana, così orientata da Iniziativa Democratica, ha gestito il complesso periodo del centrismo post-degasperiano, e diventa protagonista del dibattito sull’apertura a sinistra verso il Partito Socialista, nell’ultimo periodo degli anni Cinquanta. Si distinguono in questi anni da Iniziativa Democratica altre correnti minori: la corrente denominata Primavera, legata a Giulio Andreotti, con posizioni più di destra rispetto al blocco maggioritario di Iniziativa Democratica; la corrente di Centrismo Popolare guidata da Mario Scelba, che si pone in continuità con l’esperienza degasperiana; la nuova corrente della sinistra di Base, fondata da Giovanni Marcora nel 1953. Durante la gestione fanfaniana della DC, la corrente della sinistra di Base si struttura sempre più, riceve l’appoggio del Presidente dell’ENI Enrico Mattei, e ad essa aderiscono Ciriaco De Mita, Luigi Granelli, Nicola Pistelli. Fondano una rivista a Firenze denominata Politica.

I dorotei e la DC degli anni Sessanta

L’apertura a sinistra verso il PSI, e la concentrazione delle principali cariche istituzionali e di partito nella figura di Amintore Fanfani, genera nel 1959 la spaccatura della corrente maggioritaria di Iniziativa Democratica. In quell’anno si costituisce la corrente dei Dorotei (il cui nome deriva dal convento di Santa Dorotea nel quale alcuni leader di Iniziativa Democratica si riuniscono per dare la sfiducia a Fanfani), molto più cauta nell’approccio verso il centro-sinistra, e più attenta alle ragioni delle gerarchie ecclesiastiche ed alle associazioni industriali. Alla corrente dorotea aderiscono Aldo Moro, Mariano Rumor, Antonio Segni, Paolo Emilio Taviani. L’altra parte della corrente di Iniziativa Democratica, e cioè i seguaci di Amintore Fanfani, si organizzano nella corrente di Nuove Cronache, a cui aderiscono tra gli altri Arnaldo Forlani, Ettore Bernabei, Franco Maria Malfatti, Giovanni Gioia. Inoltre, è in questi anni che la corrente dei sindacalisti viene denominata Rinnovamento Democratico, e poi successivamente Forze Nuove, e vi aderiscono, oltre a Giulio Pastore, Carlo Donat Cattin e Bruno Storti. Il VII° Congresso nazionale della DC vede prevalere sul filo di lana il raggruppamento più moderato della DC (i dorotei di Moro e Segni, la corrente Primavera di Andreotti, la corrente Centrismo Popolare di Scelba) sul raggruppamento più a sinistra (la corrente Nuove Cronache, la corrente di Base, la corrente Rinnovamento Democratico). In tutti gli anni Sessanta, la Segreteria politica della DC viene tenuta dai dorotei, Aldo Moro prima, poi Mariano Rumor una volta che Moro va a guidare i governi di centro-sinistra, e Flaminio Piccoli per un breve periodo.

Le divisioni tra i dorotei e il ritorno di Nuove Cronache

Alla fine degli anni Sessanta, la vita interna della Democrazia Cristiana vede la progressiva frantumazione della corrente dorotea. Nel 1967 nasce la corrente dei Pontieri, una costola della corrente dorotea guidata da Paolo Emilio Taviani, che si pone l’obiettivo di creare un ponte tra la maggioranza del partito e le sue correnti di sinistra. Nel 1968 nasce la corrente dei Morotei, gli amici di Aldo Moro che si distacca dai dorotei assumendo una posizione autonoma nel partito, con una linea politica sempre più orientata verso la sinistra. A questa corrente appartengono Benigno Zaccagnini e Luigi Gui. Infine, nel 1969 la rimanente corrente dorotea si divide in due componenti diverse: – Iniziativa Popolare, costituita da Mariano Rumor e Flaminio Piccoli; – Impegno Democratico, costituito da Emilio Colombo a cui aderisce anche la corrente Primavera di Giulio Andreotti. A parte le posizioni politiche assunte successivamente da Aldo Moro, le varie suddivisioni della corrente dorotea esprimono comunque una continuità nella gestione ordinaria del partito. Tanto che buona parte degli stessi Pontieri rifluiscono nel Congresso del 1973 nei Dorotei, e nel corso degli anni Settanta le due diverse componenti di Iniziativa Popolare e di Iniziativa Democratica riconfluiscono insieme. Dal 1969 al 1975 sono gli uomini della corrente di Nuove Cronache che guidano la DC, con Arnaldo Forlani prima e Amintore Fanfani poi. Di Nuove Cronache fanno parte, oltre ai due Segretari politici, anche Clelio Darida, Ivo Butini, Lorenzo Natali.

L’area Zaccagnini e la svolta del “Preambolo”

La sconfitta nel referendum sul divorzio nel 1974, e la forte avanzata comunista nelle elezioni regionali e amministrative del 1975, portano Fanfani alle dimissioni dalla Segreteria politica del partito, ed alla elezione di Benigno Zaccagnini, uomo legato ad Aldo Moro. La Segreteria di Zaccagnini è legato ad uno sforzo di rinnovamento interno alla DC, ed alla politica del confronto con il PCI, che sfocia nei governi di solidarietà nazionale. Nel Congresso nazionale del 1976, l’alleanza delle correnti di sinistra della DC prevale sull’alleanza delle correnti moderate (dorotei, fanfaniani, andreottiani), e Benigno Zaccagnini vince l’elezione per la carica di Segretario politico contro Arnaldo Forlani. Nasce così la cosiddetta Area Zac, che vede le correnti di sinistra dei Morotei, della Base, e di una parte di Forze Nuove (guidata da Guido Bodrato) raggrupparsi intorno alla linea politica di Zaccagnini. La tragedia dell’assassinio di Aldo Moro toglie molta ispirazione alla Segreteria Zaccagnini, e la nuova politica del PCI porta all’esaurimento della solidarietà nazionale. In questo contesto, il Congresso nazionale del 1980 modifica la linea politica del partito, riportandola verso una collaborazione con il PSI. La maggioranza del partito si costituisce intorno ad un “Preambolo” comune, a cui aderiscono i dorotei di Flaminio Piccoli e Antonio Bisaglia, la corrente Nuove Cronache di Amintore Fanfani e Arnaldo Forlani, e la corrente di Forze Nuove di Carlo Donat Cattin. Rimangono all’opposizione interna l’Area Zac e gli andreottiani.

Il settennato demitiano

Nel Congresso nazionale del 1982, le tradizionali correnti democristiane si scompongono parzialmente, intorno alla candidatura di Ciriaco De Mita alla Segreteria del partito. Ciriaco De Mita infatti, espressione della corrente della sinistra di Base raggruppata nell’Area Zac, viene eletto da una parte dei dorotei (Flaminio Piccoli), da una parte di Nuove Cronache (Amintore Fanfani) e dalla corrente andreottiana. L’altra parte dei dorotei (Antonio Bisaglia) e l’altra parte di Nuove Cronache (Arnaldo Forlani), unitamente alla corrente Forze Nuove di Carlo Donat Cattin, appoggia la candidatura di Arnaldo Forlani, che risulta perdente. Sostanzialmente, la linea politica dell’inizio del settennato demitiano alla guida della DC è caratterizzata dalla competizione con il PSI all’interno di una coalizione che diventa il pentapartito. Dopo le elezioni politiche del 1983, si assiste ad una gestione sostanzialmente unitaria della DC sotto Ciriaco De Mita, che compie uno sforzo teso alla abolizione delle correnti tradizionali della DC.

Il Grande Centro

Esaurita la lunga gestione demitiana del partito, il Congresso nazionale del 1989 sarà l’ultimo Congresso della DC. Vi si ritrovano le tradizionali correnti del partito, con la sola novità della corrente di Alleanza Popolare, a cui fanno riferimento i dorotei di Antonio Gava e Flaminio Piccoli, insieme agli amici di Arnaldo Forlani. Alleanza Popolare viene a rappresentare il cosiddetto Grande Centro della Democrazia Cristiana, accanto alla sinistra di Base di Ciriaco De Mita.

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Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Silvio Berlusconi si dichiara come un Presidente del Consiglio migliore di De Gasperi

Il miglior Presidente del Consiglio dei Ministri ….. dopo Berlusconi

 

Alcide De Gasperi (Pieve Tesino, TN, 3 aprile 1881 – Borgo Valsugana 19 agosto 1954) è stato un Uomo Politico ed uno Satista italiano.
Sulla grafia corretta del cognome ci sono discussioni, secondo alcuni sarebbe “De Gasperi”.
Inizialmente fu giornalista e nel 1905 entrò a far parte della redazione del giornale Il Nuovo Trentino con cui, una volta divenutone il direttore, scrisse una serie di articoli con cui esprimeva il suo consenso al movimento che auspicava la riannessione del Trentino all’Italia.

 


Prima esponente del Partito Popolare Italiano e poi fondatore della Democrazia Cristiana, viene oggi considerato come il padre fondatore dell’Unione Europea insieme al francese Robert Schuman e al tedesco Konrad Adenauer.
De Gasperi iniziò la sua carriera politica nel 1911 come deputato nel Parlamento austriaco in rappresentanza degli italiani del Trentino, allora sotto la dominazione asburgica.
Dopo la Prima guerra mondiale, nel 1919 partecipò alla fondazione del Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo. Fu eletto deputato nello stesso anno e riconfermato nel 1921.
In quegli anni si sposa con Francesca Romani nella Chiesa arcipretale di Borgo Valsugana. Nasceranno quattro figlie, di cui una entrò in monastero.
Si oppose all’avvento del fascismo e, ostracizzato dal regime, fu arrestato nel 1926; una volta scarcerato, fu costretto a lavorare nella Biblioteca Vaticana.


Nel 1942-43, durante la Seconda Guerra Mondiale, compose, insieme ad altri, l’opuscolo Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana in cui esprimeva le idee alla base del futuro partito della Democrazia Cristiana di cui sarebbe stato cofondatore.
Una volta liberato il sud Italia ad opera delle forze anglo americane, entrò a far parte in rappresentanza della Democrazia Cristiana (DC) nel Comitato Nazionale di Liberazione. Durante il governo guidato da Ferruccio Parri fu ministro senza portafoglio, mentre dal dicembre del 1944 al dicembre del 1945 venne nominato ministro degli esteri.


Nel 1946 fu eletto Presidente del Consiglio dei Ministri, il primo dell’Italia repubblicana, e guidò un governo di unità nazionale, che durò fino alle elezioni del 1948.
Da ricordare che il 12 giugno del 1946, allorchè il Consiglio dei Ministri da lui presieduto procedette alla proclamazione della Repubblica, dopo il referendum del 2 e 3 giugno, egli ricoprì la carica di Presidente Provvisorio dello Stato e dunque a lui furono trasmessi, coerentemente con quanto previsto dalla legge istitutiva del referendum, le funzioni fino allora esercitate dal re Umberto II. De Gasperi cumulò nella sua persona le due cariche di capo del Governo e di Capo dello Stato fino al 28 giugno, quando l’Assemblea Costituente, nella sua prima seduta, provvide ad eleggere Enrico de Nicola come capo provvisorio dello Stato.


Conferenza di pace di Parigi – 1946

Le elezioni del 18 aprile del 1948 furono le più accese della storia repubblicana, visto lo scontro tra la DC ed il Fronte Popolare, composto da socialisti e comunisti. De Gasperi riuscì a guidare la DC ad uno storico successo, ottenendo il 48,5% dei consensi, il risultato più alto che qualsiasi partito abbia mai raggiunto in Italia.


Mantenne la carica di presidente del consiglio fino al luglio 1953, dimettendosi a causa del fallimento della legge elettorale, denominata dai suoi avversari legge truffa, da lui stesso fortemente voluta. Convinto sostenitore dell’ingresso dell’Italia nella NATO, Alcide De Gasperi è morto il 19 agosto 1954 nella sua casa in Val di Sella (comune di Borgo Valsugana), dove amava trascorrere lunghi periodi assieme alla famiglia.
Attualmente si trova sepolto a Roma, nella Basilica di San Lorenzo fuori le Mura.
C’è chi parla di una sua possibile beatificazione.


Il Testamento spirituale di De Gasperi

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Approfondimenti:

LE IDEE RICOSTRUTTIVE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

Roma, 1943
(Alla stesura del documento parteciparono, nel 1942 e nei primi mesi del 1943, molti dei più vicini collaboratori di De Gasperi, come Paolo Bonomi, Piero Campilli, Camillo Corsanego, Guido Gonella, l’On. Achille Grandi, l’On. Giovanni Gronchi, Stefano Riccio, il Prof. Pasquale Saraceno, Mario Scelba e Giuseppe Spataro. Le riunioni redazionali si svolgevano a Roma a casa di Gonella, di Scelba e di Spataro.)
Non è questo il momento di lanciare programmi di parte, il che sarebbe impari al carattere di quest’ora solenne che reclama l’unità di tutti gli italiani.
Pensiamo tuttavia che queste idee ricostruttive, ispirate alle tradizioni della Democrazia Cristiana, ma rivolte ad una cerchia più ampia e più varia, debbono fermentare già ora nel travaglio dell’aspra vigilia, affinché nel tempo della ricostruzione possano diventare le idee-forza che animeranno la volontà libera del popolo italiano.

PREMESSA INDISPENSABILE
Il regime di violenza ha investito così a fondo le stesse basi costitutive dello Stato da rendere necessaria la sua ricostruzione con nuove leggi fondamentali.
Il popolo italiano sarà chiamato a deliberare.
Pur rimettendo al suo voto ogni concreta riforma istituzionale, sin d’ora si può affermare essere profonda negli animi di tutti la convinzione che indispensabile premessa e necessario presidio dei diritti inviolabili della persona umana e di ogni libertà civile è la libertà politica.

REGIME DEMOCRATICO
La libertà politica sarà quindi il segno di distinzione del regime democratico; così come il rispetto del metodo della libertà sarà il segno di riconoscimento e l’impegno d’onore di tutti gli uomini veramente liberi.
Una democrazia rappresentativa, espressa dal suffragio universale, fondata sulla uguaglianza dei diritti e dei doveri e animata dallo spirito di fraternità, che è fermento vitale della civiltà cristiana: questo deve essere il regime di domani.
Nella netta distinzione dei poteri dello Stato – efficace garanzia della libertà politica – il primato spetterà al Parlamento, come la più alta rappresentanza dei supremi interessi della comunità nazionale, e soltanto il Parlamento potrà decidere la guerra e la pace.
Accanto all’Assemblea espressa dal suffragio universale, dovrà crearsi un’Assemblea Nazionale degli interessi organizzati, fondata prevalentemente sulla rappresentanza eletta dalle organizzazioni professionali costituite nelle regioni.
Sarà assicurata la stabilità del Governo, l’autorità e la forza dell’Esecutivo, l’Indipendenza della Magistratura.
Il controllo sulle fonti finanziarie degli organi di pubblica opinione darà alla stampa maggiore indipendenza e più acuto senso di responsabilità.

CORTE SUPREMA DI GARANZIA
Una Corte Suprema di garanzia dovrà tutelare lo spirito e la lettera della Costituzione, difendendola dagli abusi dei pubblici poteri e dagli attentati dei Partiti.

CREAZIONE DELLE REGIONI
La più efficace garanzia organica della libertà sarà data dalla costituzione delle Regioni come enti autonomi, rappresentativi e amministrativi degli interessi professionali e locali e come mezzi normali di decentramento dell’attività statale.
Dal libero sviluppo delle energie regionali e dalla collaborazione tra queste rappresentanze elettive e gli organi statali risulterà rinsaldata la stessa unità nazionale.
Nell’ambito dell’autonomia regionale troveranno adeguata soluzione i problemi specifici del Mezzogiorno e delle Isole.
Il corpo rappresentativo della Regione si fonderà prevalentemente sull’organizzazione professionale; mentre per quello del Comune, restituito a libertà, sarà elemento prevalente il voto dei capi di famiglia.

VALORI MORALI E LIBERTA’ DELLE COSCIENZE
Consapevoli che un libero regime sarà saldo solo se fondato sui valori morali, lo Stato democratico tutelerà la moralità, proteggerà l’integrità della famiglia e coadiuverà i genitori nella loro missione di educare cristianamente le nuove generazioni.
Questa stessa nostra tremenda esperienza conferma che solo lo spirito di fraternità portato e alimentato dal Vangelo può salvare i popoli dalla catastrofe a cui li conducono i miti totalitari.
E’ quindi particolare interesse della democrazia che tale lievito cristiano fermenti in tutta la sua vita sociale, che la missione spirituale della Chiesa Cattolica si svolga in piena libertà, e che la voce del Romano Pontefice, levatasi così spesso in difesa della dignità umana, possa risuonare liberamente in Italia e nel mondo.
Contro ogni intolleranza di razza e di religione, il regime democratico serberà il più riguardoso rispetto per la libertà delle coscienze.
E’ in nome di essa, oltreché per le tradizioni del popolo italiano, che lo Stato riconosce efficacia giuridica al matrimonio religioso e assicura la libertà della scuola che può essere mortificante strumento di partito.

LA GIUSTIZIA SOCIALE
Oggi, in mezzo a tante rovine, si impone ineluttabile il pensiero che dovendosi ricostruire un mondo nuovo, il massimo sforzo sociale debba essere diretto ad assicurare a tutti non solo il pane e il lavoro, ma altresì l’accesso alla proprietà.
Bandito per sempre, utilizzando tutte le forze sociali e le risorse economiche disponibili, lo spettro della disoccupazione, estese le assicurazioni sociali, semplificato il loro organismo e decentrata la loro gestione che va affidata alle categorie interessate, la meta che si deve raggiungere è la soppressione del proletariato.
A tal fine importanti riforme si imporranno nell’industria, nell’agricoltura, nel regime tributario.
a) Nell’industria
Sarà attuata la partecipazione con titolo giuridico dei lavoratori agli utili, alla gestione e al capitale d’impresa.
Le forme concrete di questa partecipazione e cooperazione dovranno essere realizzate salvaguardandosi la necessaria unità direttiva dell’Azienda e riducendo rischi e sperequazioni fra le varie categorie degli operai con provvedimenti di solidarietà e di compensazione.
Oltre queste misure di accesso alla proprietà aziendale, altri provvedimenti dovranno essere presi con la finalità di deproletarizzare la classe operaia, assicurando tra l’altro alla famiglia operaia la casa e garantendo agli operai la possibilità di avviare i loro figli meritevoli agli studi medi e superiori, affinché i migliori fra di loro diventino i dirigenti industriali di domani.
Questa politica sociale, diretta a dare al lavoro l’adeguato riconoscimento, è in piena rispondenza con la politica economica richiesta dalla particolare condizione del nostro Paese che – povero di risorse naturali – deve contare sul massimo sforzo produttivo della classe operaia, congiunto allo spirito creativo dei tecnici ed alla iniziativa degli imprenditori.
Tale politica è in armonia con lo stato presente del nostro sviluppo industriale.
Le statistiche ci indicano invero che in Italia l’artigianato, la media e piccola industria prevalgono ancora sulla grande industria a carattere essenzialmente capitalistico e spesso monopolistico. E’ quindi criterio di sano realismo promuovere e rinforzare questa struttura economica, della quale l’iniziativa privata ed il libero mercato costituiscono gli elementi propulsori.
Ma poiché anche per la libertà economica valgono i limiti dettati dall’etica e dall’interesse pubblico, lo Stato dovrà eliminare quelle concentrazioni industriali e finanziarie che sono creazioni artificiose dell’imperialismo economico; e modificare le leggi che hanno favorito fin qui l’accentramento in poche mani dei mezzi di produzione e della ricchezza. Esso tenderà inoltre alla demolizione dei monopoli che non siano per forza di cose e per ragioni tecniche veramente inevitabili, e, a quelli che
risulteranno tali, imporrà il pubblico controllo; o, se più convenga – e salva una giusta indennità – li sottrarrà alla proprietà privata, sottoponendoli preferibilmente a gestione associata; e questo non come un avviamento al sistema collettivista nei cui benefici economici non crediamo e che consideriamo lesivo della libertà, ma come misura di difesa contro il costituirsi ed il permanere di un feudalismo industriale e finanziario che consideriamo ugualmente pericoloso per un popolo libero.
In un ordinamento bancario meglio rispondente alle esigenze della economia nazionale dovranno avere particolare rilievo gli istituti di credito specializzato e le banche regionali per l’incremento della agricoltura e dell’industria locali.
Questa politica economica sarà possibile senza improvvisazioni rivoluzionarie, date le condizioni attuali nel campo industriale, finanziario e bancario e l’esistenza di taluni Istituti che, creati con spirito e scopo di dominio politico, potranno, opportunamente modificati, essere indirizzati a realizzare una migliore distribuzione della ricchezza e ad impedirne il concentramento in poche mani.
b) Nell’agricoltura
Una prima mèta si impone: la graduale trasformazione dei braccianti in mezzadri e proprietari, ovvero, quando ragioni tecniche lo esigano, in associati alla gestione di imprese agricole a tipo industriale.
Salvi necessari riguardi alla produttività e alle esigenze della conduzione, bisognerà quindi promuovere il riscatto delle terre da parte dei contadini con una riforma terriera che limiti la proprietà fondiaria per consentire la costituzione di una classe sana di piccoli proprietari indipendenti.
L’attuazione di tale riforma, con i criteri più appropriati ai luoghi, alle condizioni e qualità dei terreni e agli aspetti produttivi, sarà uno dei compiti fondamentali delle rappresentanze regionali.
Sarà assicurato in ogni caso ai lavoratori agricoli il diritto di prelazione con facilitazioni fiscali e finanziarie per l’acquisto e la conduzione diretta dei fondi.
Nel complesso quadro delle riforme agrarie la colonizzazione del latifondo dovrà trovare finalmente effettiva attuazione.
c) Nel regime tributario
Una migliore distribuzione della ricchezza dovrà essere favorita anche da una riforma del sistema fiscale.
Unificate le imposte e semplificato il sistema di accertamento, il criterio della progressività, coll’esenzione delle quote minime, costituirà il perno fondamentale del sistema tributario, e uno dei mezzi per impedire la esorbitante concentrazione della ricchezza.
Altro mezzo per fornire l’accesso dei lavoratori alla proprietà dovrà trovarsi in una riforma del diritto di successione, chiamando, in determinati casi, i lavoratori a concorrere alla eredità delle imprese e delle terre fecondate dal loro lavoro.
Riforme, queste, che dovranno essere precedute da provvedimenti di emergenza, quale l’incameramento dei sopraprofitti della guerra e del regime fascista, e accompagnate da provvedimenti che dovranno tenere nella doverosa giusta considerazione la consistenza delle classi medie, i risparmi, frutto del lavoro e della previdenza, e le dotazioni delle istituzioni di utilità
sociale.

RAPPRESENTANZA PROFESSIONALE DEGLI INTERESSI E DEMOCRAZIA ECONOMICA
Siamo contro il ritorno ai metodi della lotta di classe, ma anche contro l’attuale macchinoso sistema di burocrazia corporativa che sfrutta, a scopo di dominio politico, l’idea democratico-cristiana della libera collaborazione organica di tutti i fattori della produzione.
Garantita anche nel campo sindacale ampia libertà d’associazione, alcune funzioni essenziali, quali la conclusione e la tutela dei contratti collettivi e la soluzione dei conflitti del lavoro mediante l’arbitrato obbligatorio, saranno riservate a organizzazioni professionali di diritto pubblico, comprendenti, per iscrizione d’ufficio, tutti gli appartenenti alla categoria, i quali eleggeranno col sistema proporzionale i loro organi direttivi.
Oltre a questo compito interno, specificatamente sindacale, le professioni organizzate saranno chiamate a una funzione più vasta, a costituire cioè, sotto l’alta vigilanza dello Stato, lo strumento di propulsione e direzione della nuova economia e a tale scopo, raggruppate in grandi unità saranno come si è già detto – la base delle rappresentanze degli interessi e nomineranno loro rappresentanti nelle Regioni e, a mezzo di essi, nella seconda Assemblea Nazionale.
In questo sistema di suffragio economico, integrativo del suffragio politico, sarà garantita una adeguata rappresentanza alle categorie dei tecnici e delle libere professioni e una rappresentanza speciale ai consumatori.

RICOSTRUZIONE DELL’ORDINE INTERNAZIONALE SECONDO GIUSTIZIA
Ogni piano d’interno rinnovamento si ridurrebbe però a vana utopia se la pace futura si basasse su un “diktat” e non su principi di ricostruzione secondo giustizia.
Autorevoli voci e quella augusta del Sommo Pontefice ne hanno indicato i principi.
Una “Dichiarazione dei diritti e dei doveri delle Nazioni” dovrà conciliare nazione e umanità, libertà e solidarietà internazionale.
Il principio dell’autodecisione sarà riconosciuto a tutti i popoli, ma essi dovranno accettare limitazioni della loro sovranità statale in favore d’una più vasta solidarietà fra i popoli liberi.
Dovranno quindi essere promossi organismi confederali con legami continentali e intercontinentali.
Le società nazionali rinunzieranno a farsi giustizia da sé ed accetteranno una giurisdizione avente mezzi sufficienti per risolvere pacificamente i conflitti inevitabili.

LA NUOVA COMUNITA’ INTERNAZIONALE
La Società delle Nazioni è fallita per inadeguatezza d’istituzioni e di mezzi.
Per non ripetere tale esperienza, la nuova Comunità dovrà avere compiti più precisi, mezzi più efficaci ed una struttura più adeguata alla realtà. Fondata su un corpo più deliberante, costituito da delegazioni governative e da rappresentanze popolari più dirette, essa avrà nel Consiglio il suo organo esecutivo e il suo organo giudiziario nella Corte di Giustizia internazionale.
Sue funzioni politico-giuridiche
La nuova Comunità dovrà procedere al disarmo progressivo e controllato sia dei vinti che dei vincitori e attuare l’arbitrato obbligatorio, valendosi per applicare e far rispettare le decisioni internazionali, anche di quegli strumenti militari che nei vari Paesi, oltre le forze di polizia, potranno sopravvivere a scopo di difesa.
Sua funzione inderogabile sarà anche quella di rivedere i trattati ingiusti ed inapplicabili e promuovere modificazioni.
Rientrerà altresì nei suoi compiti la codificazione del diritto internazionale ed il coordinamento dei singoli diritti nazionali con tendenza ad allargare il concetto di cittadinanza.

FUNZIONI POLITICO-ECONOMICHE DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE
Bisogna affermare che per eliminare le nefaste rivalità fra le potenze colonizzatrici, s’impone il trasferimento dei territori di natura strettamente coloniale alla Comunità internazionale, la quale, stabilito il principio della porta aperta, disciplinerà il libero accesso alle colonie, avendo di mira il progresso morale e l’autogoverno dei popoli di colore.
Per assicurare poi a tutti i popoli le condizioni indispensabili di esistenza, è necessario garantir loro un’equa ripartizione delle materie prime sopprimendo i privilegi e favorendo gli acquisti da parte delle Nazioni meno abbienti; stabilire la libertà di un’emigrazione, disciplinata non solo da trattati, ma anche dalla legislazione internazionale del lavoro; accordare a ogni popolo la libertà delle vie internazionali di comunicazione e, eliminando gradualmente le autarchie e i protezionismi, tendere ad una sempre più larga attuazione del libero scambio.
Un organismo finanziario, promosso dalla Comunità internazionale, potrà avere la funzione di agevolare la stabilizzazione delle monete, la disciplina del movimento internazionale dei capitali e la cooperazione fra gli istituti bancari.

LA POSIZIONE DELL’ITALIA
Il Popolo italiano, al quale, come è stato da ogni parte solennemente ammesso, non sono imputabili guerre di conquista, attende pieno di riconoscimento della sua indipendenza e integrità nazionale, e nella Comunità internazionale reclamerà il posto dignitoso che gli è dovuto per la sua civiltà, per il suo contributo al progresso umano e per la laboriosità dei suoi figli.
Le esigenze di vita del popolo italiano e la necessità di soddisfare con risorse naturali ai bisogni del suo eccedente potenziale di lavoro, richiedono che esso possa: acceder alle materie prime a parità di condizioni con gli altri popoli, avere il suo posto nel popolamento e nella messa in valore dei territori coloniali, emigrare in dignitosa libertà e sviluppare senza arbitrari ostacoli i suoi traffici nel mondo.
Così l’Italia, superata la crisi del suo libero reggimento, ed in tal modo riacquistando nuova dignità spirituale e politica, collaborando lealmente nella Comunità europea, potrà riprendere la sua secolare funzione civilizzatrice.

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IL PRIMO DISCORSO DI DE GASPERI DOPO LA LIBERAZIONE DI ROMA
 

Il 23 luglio 1944, al Teatro Brancaccio di Roma, Alcide De Gasperi tenne il primo intervento pubblico dopo la liberazione di Roma, avvenuta circa un mese e mezzo prima (4 giugno 1944) ad opera della V° Armata del generale Clarke. Al Teatro Brancaccio si tenne la prima Assemblea della Sezione romana della Democrazia Cristiana.
Riproduciamo integralmente il discorso di Alcide De Gasperi, in quel momento ministro del governo guidato da Ivanoe Bonomi, espressione del Comitato di Liberazione Nazionale. Si parla della guerra che continua da una parte e della ricostruzione che deve essere già avviata dall’altra, si parla degli Alleati, dell’armistizio e dei prigionieri. Molto delicata è la questione istituzionale (repubblica o monarchia?), e De Gasperi fa prevalere le ragioni della responsabilità di un momento critico come quello del momento sulla necessità di una scelta immediata con la guerra ancora in atto.
Molto delicato (e prudente) è anche il rapporto con i comunisti italiani e l’Unione Sovietica di Stalin, i primi alleati nel CLN ed i secondi in guerra contro Hitler: la necessità di salvaguardare l’unità di intenti con la guerra ancora in corso in metà paese è preponderante su qualunque possibile polemica.


Come membro del Governo comincio con un ringraziamento agli Alleati perché più rapidamente di quel che si pensasse, concessero il ritorno del Governo nazionale a Roma – e prossimamente il ritorno di Roma al Governo italiano. Questo ringraziamento non vale tanto per i riflessi amministrativi, ché agli intenti ed all’opera riorganizzatrice del colonnello Poletti rivolgo un doveroso omaggio; ma qui mi soccorre il pensiero che il ritorno a Roma vuol dire ritorno alla sorgente della nostra vitalità spirituale, ritorno alla nostra storia, come una immersione, come una reinvestitura nella storia che è nostra. Qui veramente ci sentiamo amici degli Alleati, qui veramente superiamo con lo spirito la lettera delle condizioni dell’armistizio, qui sentiamo che unico in noi e in loro è il pensiero fondamentale di questa guerra, unica la mèta cui dobbiamo rivolgere i passi.
Non è un caso che autorità romane e alleate si siano trovate riunite dinanzi alle tombe di San Callisto, né è un caso che quelle tombe siano contigue ad altre tombe, alle tombe dei martiri, dei milioni di martiri e dei papi romani, difensori e vittime anch’essi della libertà delle coscienze contro la tirannia dello Stato.
Una volta Orazio Marucchi, dopo una delle sue famose conversazioni catacombali, ci diceva che il lungo peregrinare insieme a De Rossi nelle catacombe, gli aveva rivelato il senso arcano della storia. “Sembra – notava – che vi siano tra i secoli dei cunicoli segreti come qui nelle catacombe: questi cunicoli congiungono un secolo all’altro e un’idea all’altra”. Questa immagine mi torna alla mente innanzi alla duplice serie catacombale di San Callisto, e questo stesso pensiero mi riallaccia a tutta la concezione della libertà politica, come si è svolta nei paesi anglosassoni e nei paesi italiani, disposata all’idea cristiana; perché in fondo è la stessa idea che domina le famose chartae medioevali inglesi, da quella di Enrico III del 1225 che parla delle libertà concesse “intuitu Dei” (ricordate che anche su un noto arco trionfale di Roma c’è scritto: “intuitu divinitatis”: segnacolo anch’esso di nuova era di tolleranza) fino alla “Magna Charta libertatum” che viene conservata nelle cattedrali e lì letta al popolo due volte l’anno; ed è lo stesso spirito delle carte medioevali e dei cristiani statuti dei nostri liberi comuni che ricompare nelle costituzioni americane; la stessa idea che incoraggiava i guelfi nel Risorgimento; e la stessa che ricompare nei discorsi di Wallace sulla democrazia cristiana e di Roosevelt e Churchill, che opponevano la civiltà cristiana al concetto neo-pagano dello stato hitleriano e mussoliniano.
E’ la stessa idea di libertà che, bene interpretata, ci viene dall’essenza del Cristianesimo che deve essere la sicurezza del nostro domani. Né fu un caso che l’interprete più autorevole, l’interprete più attento e più vigile di questi sentimenti dell’umanità, l’autore dei richiami più autorevoli fosse precisamente il Pontefice di Roma. La vostra dimostrazione mi esonera dall’aggiungere altre parole in argomento. Saluto agli Alleati In questa continuità della storia, nel tessuto di questi legami spirituali, avvenne per oltracotanza di un governo tirannico, uno strappo che fu, speriamo, ne siamo certi, solo una brutta parentesi: la rottura con quell’Inghilterra che noi abbiamo sempre ammirata per il suo regime di libertà e di ordine, e che aveva confortato il nostro travaglio del Risorgimento; la rottura con l’America, con la quale abbiamo avuto tanto scambio e commistura di lavoro, di idee, di pensiero, di sangue e cultura.
Al saluto alla gloriosa Inghilterra, al saluto alla libera America, io aggiungo un saluto dal cuore per la Francia. Quella Francia che ha combattuto anche per noi, benché l’Italia avesse sulla coscienza, non certo per colpa del popolo italiano, un atto da Maramaldo, che noi dobbiamo assolutamente cancellare. E preghiamo Iddio, che guida la storia, preghiamo la Provvidenza che ci dia occasione di provare coi fatti alla Francia che il popolo italiano rinnega e cancella per sempre dalla sua storia l’ignominiosa aggressione.
E poiché il corpo di liberazione italiano è strettamente connesso all’esercito polacco, lasciate che un saluto speciale venga rivolto alla Polonia. Ai polacchi, a questi nobili cavalieri della libertà e del Cristianesimo, auguriamo che questa guerra non lasci ferite nello spirito e confidiamo ed esprimiamo la viva speranza che Giuseppe Stalin, grande maresciallo, grande condottiero di popoli, trovi il modo di conciliare gli interessi della difesa delle proprie frontiere con la libertà, con l’unità della Polonia.
Quando vediamo nei nostri quartieri popolari i nostri bambini accarezzati con tanta affettuosità dai soldati angloamericani, ci nasce la speranza che questo sia il simbolo della fraternità di domani verso la quale tutti i popoli anelano e alla quale dovremo assolutamente arrivare.
L’armistizio. E’ vero, oggi esiste la realtà dell’armistizio. E qui, in proposito, vorrei dire una parola, che non deve essere interpretata come indiscrezione di Governo. Sembra quasi ch’esista una “quinta colonna” che lavora ad esagerare la gravità dell’armistizio, ed affermare che nelle clausole segrete esistono impegni per la nostra nazione fatali e definitivi. Ora, se l’armistizio è un duro strumento di guerra e nel rileggerlo, a Salerno, abbiamo sentito come una mano ruvida che passa sopra la ferita non ancora rimarginata; niente vi è però che compromette la pace e l’avvenire: né porti, né ferrovie, né altri impegni territoriali.
Per nostro conto non ci siamo opposti alla pubblicazione. Ma nell’interesse del mondo avvenire, del mondo nuovo che si deve creare sarebbe forse meglio che (fermo sempre l’impegno di eseguirlo da parte nostra) lo pubblicassero in quel momento in cui, nella fraterna comprensione, nella collaborazione di fatto, nel fraterno combattimento, tanto la lettera fosse superata dallo spirito, che ormai pubblicandolo, sarebbe come archiviare qualche cosa che appartiene al passato.
Agli Alleati rivolgo due preghiere: la prima è che ci aiutino a portare il peso della nostra sventura con dignità. Sembra certo che gli Alleati vogliano concederci un notevole aumento del corpo di liberazione. Se questo sarà, si verrà incontro al desiderio che noi abbiamo di alleggerire il già grave tributo di sangue che le madri inglesi, americane e polacche e di tutti i combattenti delle nazioni unite hanno già offerto per la liberazione d’Italia. E non per soddisfare una specie di baratto, simile a quello vergognoso, cui si riferiva Mussolini allorché diceva che attaccava la Francia perché aveva bisogno del sangue di duemila morti da portare sul tavolo della pace.
Noi non cerchiamo di questi baratti; non domandiamo di combattere per ottenere patti speciali: i patti saranno quelli che saranno nella coscienza degli uomini e nelle correnti che domineranno nel mondo durante i negoziati di pace.
Necessità morali e civili della Nazione. Noi vi chiediamo di combattere per la nostra ricostruzione morale e civile. Non c’è esercito che possa resistere senza combattere e facendo solo della manovalanza per quanto utile e necessaria. Non è possibile che la nostra gioventù soffochi il desiderio ardente del combattimento. Le virtù civili di un popolo sono talmente legate alle virtù militari, della disciplina, del coraggio, dell’ardimento e dell’onore che darci questa possibilità è darci il mezzo di salvare il popolo italiano, salvarlo dal caos, salvarlo nella sua dignità, nel suo onore, nella sua forza.
Certo il Governo ha il compito di snellire, epurare, migliorare, nella dignità e nel rendimento l’esercito; ha il compito di organizzare d’accordo cogli Alleati i volontari; ma per tutti e per tutto il popolo, esercito e volontari, governo e popolo hanno bisogno della prova del sacrificio. Questo per la nostra ricostruzione morale.
La ricostruzione materiale. C’è poi la ricostruzione materiale del paese. Anche qui, ed è la seconda preghiera, abbiamo bisogno di una cooperazione stretta, piena di fiducia, piena di generosità da parte degli Alleati. Qui a Roma, non dobbiamo dimenticarlo, perché siamo per nostra somma fortuna nella capitale della Cristianità, a Roma, siamo come in un’isola. Non dobbiamo dimenticare le zone distrutte, le immense zone distrutte.
Si tratta di ricostruire la viabilità, si tratta dei trasporti, si tratta delle materie prime, si tratta di aiutare l’iniziativa privata, la quale è scoraggiata ed è vicina alla disperazione. Si tratta di creare i primi ricoveri, di fare i lavori di riattamento per l’inverno. Governo nazionale e Alleati devono dunque fare opera comune per far rinascere la fede nel popolo accasciato, creare uffici di collegamento, alti commissari per le singole regioni, procurare le materie prime, sistemare il recupero dei materiali, costituire quegli enti e consorzi comunali di costruzione, per i quali l’esperienza dei terremoti e di disastri nazionali ha già creato in Italia una prassi e una tecnica.
E qui è necessario parlare del graduale ritorno dei prigionieri. Abbiamo un milione di prigionieri. Abbiamo bisogno degli operai specializzati che sono tra i prigionieri. Abbiamo bisogno di contadini che lavorino la terra. Gli operai specializzati sono quelli che, ricostruendo gli utensili, daranno lavoro a migliaia di altri operai disoccupati. I contadini traggono l’alimento da questa nostra “alma mater”, che è la nostra terra d’Italia.
La Russia ha cominciato a restituire 2.500 prigionieri alla Francia. Perché l’esempio non verrà seguito anche in confronto dell’Italia? Siamo ancora nel vivo della guerra; immaginiamo le difficoltà, ma crediamo di superarle, se gli Alleati continueranno a darci il loro aiuto. Se parlasse qui il Ministro del lavoro, vi dovrebbe dire delle difficoltà che trova nella ricostruzione delle industrie, e soprattutto ad infondere il coraggio morale di riprendere; e le difficoltà sue sono più o meno le difficoltà di tutti i ministri che sono al Governo.
L’amico Gronchi vi pensa colla sua solerzia geniale e colla sua capacità. Ma ogni ministro ha la sua ricostruzione: nell’economia, nell’agricoltura, nelle finanze e tesoro, nelle forze armate, nella giustizia, nell’epurazione fascista e dappertutto. E’ ora necessaria una concentrazione di sforzi di cui non abbiamo mai avuto tanto bisogno in altri periodi della nostra storia. E’ un compito immenso,
un compito complesso, per il quale lavora il Governo Bonomi. E’ un compito immenso quello che ci ha costretto noi sei diversi partiti, a dare l’esempio, primo al mondo, che nonostante la diversa provenienza, la mentalità diversa, tutti facciamo lo sforzo comune di collaborazione per la salvezza e per gli interessi della Patria, sotto la presidenza di un uomo di specchiata probità politica e di grande esperienza amministrativa.
Momento di unità e di concordia. Per questo sforzo abbiamo bisogno di unità, abbiamo bisogno di collaborazione concorde, abbiamo bisogno dell’indulgenza del pubblico, della pazienza del popolo, dell’appoggio di tutti coloro che hanno cuore e mente per la loro patria. Noi abbiamo bisogno che tutte le questioni le quali ci dividono vengano per il momento messe da parte, perché questa unità necessaria non venga turbata. Perciò noi siamo d’accordo, e abbiamo preso l’impegno di demendare ad una consultazione popolare e più precisamente alla Costituente, i problemi che riguardano la futura costituzione dello Stato.
E’ chiaro che se gli uomini responsabili di tutti i partiti bloccassero una data soluzione o affermassero una delle due, creerebbero una situazione diversa da quella che è oggi, che si fonda sull’equilibrio di un compromesso. E’ logico e responsabile che io questo oggi non faccia e chiedo che tutti nel Partito sentano la responsabilità e la dignità di non domandarmelo.
I nuovi ordinamenti costituzionali. Abbiamo preso formale impegno due volte davanti agli Alleati di non pregiudicare in nessun modo la questione istituzionale. Questo impegno intendiamo mantenerlo e chiediamo a chi ci segue e alle nostre organizzazioni il senso di responsabilità di sostenerci in questo compito.Per me, come Ministro, aver detto questo dovrebbe bastare. Aggiungerò come capo partito che la formula che ha usato Togliatti a questo tavolo, di “rispettare domani quella che sarà la volontà del popolo italiano”, la accetto senza difficoltà. Aggiungerò che l’espressione che egli ha usato nell’intervista col New York Times: “Noi diciamo che la questione monarchica rimanga da parte fino alla fine della guerra e poi deciderà il popolo italiano”, è anche la nostra linea.
Noi abbiamo anzi in un certo momento lanciato l’idea di una consultazione diretta, di un referendum, senza toccare con ciò minimamente il diritto ultimo decisivo dell’Assemblea costituente. In fondo un referendum può essere anche un’inchiesta. In ogni modo non occorre discuterne ora, ma è certo che il popolo italiano dovrà abituarsi a giudicare di questa questione con più consapevolezza, con moderazione, serenità, oggettività e con la coscienza dell’interesse della Nazione.
Responsabilità ventennali. Intendiamoci. Questa nostra moderazione e questo nostro riserbo, non deve lasciar sorgere dubbi sul giudizio che abbiamo dato intorno alle responsabilità ventennali del monarca. C’è stato un giornale che ha ardito scrivere che noi, Aventino, siamo mancati nel momento del colpo di stato come eravamo mancati nel 1924. Brevemente rispondo. Io ho due ricordi del Re: uno, quando si è presentato nel mio Trentino come rappresentante delle forze liberatrici nazionali e come rappresentante del popolo italiano che otteneva, finalmente, la sua integrità; e quello è un ricordo simpatico rivolto all’interprete del popolo italiano vittorioso e dell’esercito liberatore.
Ma ce ne ho un altro ed è quello aventiniano sulle responsabilità. Allora i partiti costituzionali dell’Aventino, oltre i partiti dell’opposizione alla Camera, decisero di presentarsi al Re, cogliendo l’occasione di una commemorazione statutaria, per avvicinarlo e tentare di strapparlo al fascismo, per tentare così di salvare l’Italia dal baratro verso cui si volgeva. Sentivamo già allora il precipizio in cui si andava a finire. Ci siamo rivolti a lui ed io, l’ultimo dei tre capi dell’opposizione, comparvi in udienza, dopo di Cesarò ed Amendola.
Ci siamo scambiati poi, noi tre, dopo la triplice udienza, le informazioni e impressioni e siamo arrivati alla stessa conclusione. Il tentativo di convincere il re di sciogliere la Camera, fare appello al popolo, cercare con noi una nuova strada era fallito. Due dei tre sono morti e voi sapete Amendola come è morto! Ma io rimango ancora testimonio della moderazione e degli ultimi vani sforzi fatti dai partiti costituzionali per distorre il sovrano dalla via falsa.
E su questo la storia ormai ha dato il suo giudizio e noi lo confermiamo con la nostra testimonianza e col nostro atteggiamento.Nel periodo di cospirazione ci riunivamo nella casa coraggiosamente ospitale dell’amico Spataro, noi, rappresentanti specialmente delle democrazie riunite, ed in quelle sedute donde è partito qualche eccitamento, qualche incoraggiamento perché il colpo di stato si facesse, in quelle sedute abbiamo sempre supposto che il primo e intuitivo dovere del re in quel frangente fosse quello di tirare anche personalmente le sue conseguenze.
Aggiungiamo che l’accusa di sfuggire le responsabilità è ridicola, perché è notorio che uomini che stanno oggi al Governo erano disposti anche allora ad assumersi la terribile responsabilità del momento e l’hanno anche espressamente fatto sapere. Del resto, nel colpo di stato riconosciamo l’atto di coraggio di chi lo ha fatto. A ciascuno bisogno tentare di dare la parte che gli viene nella storia. Noi riconosciamo il coraggio che ci volle a cimentare quattro o cinquemila carabinieri nel grosso e pericoloso colpo di mano e soprattutto la risolutezza che ci volle in Badoglio a strappare al re il permesso di fare quel colpo di stato che era nella coscienza del popolo, dei carabinieri e di parte notevole dell’esercito.
Queste osservazioni non hanno scopo di recriminare o di polemizzare né di dire qualche cosa che a qualcuno dispiaccia o piaccia. No. Hanno lo scopo di prevenire gli apologisti che contraffanno un manuale sullo stile di quelli che dopo il Principe si pubblicarono nel seicento e settecento per la buona condotta del principe o del delfino. No, in materia qui non c’è nulla da imparare o imitare.
Base e struttura dello Stato. Però noi ripetiamo che non vogliamo creare “ab irato” il nuovo Stato, che non bisogna fare la Repubblica semplicemente per far dispetto al re come ha fatto Mussolini; che noi vogliamo il “Nuovo Stato” crearlo non sotto la impressione di reazione o di vendetta, ma crearlo per convinzione intrinseca e per alto senso di responsabilità. Voi gridate facilmente oggi “Viva la Repubblica”, perché volete dire sostanzialmente “Viva la libertà”. Ma io aggiungo: quel che dobbiamo tener alto, e sopra ogni cosa, è il senso di responsabilità.
Diceva Victor Hugo: “Avant la république ayons s’il se peut une chose publique”. Questa volta noi vogliamo creare il definitivo. Basta con gli esperimenti pseudo democratici. Il “Nuovo Stato” deve essere lo Stato italiano definitivo in cui il popolo possa governarsi da sé. Esso deve fondarsi sulla più larga e più consapevole adesione delle masse popolari e la decisione deve avere carattere non di club o di partito, ma di popolo. Vogliamo che anche gli stranieri vedano che se tu, o Italia, non puoi più dirti “Italia, Italia, antica condottiera di popoli”, ti possano dire, secondo il poeta: “…se il mondo a te più non si prostra, che sai regger te stessa almen dimostra”.
Un certo prediodo di preparazione e di riflessione conviene anche agl’italiani, perché non si confonda la forma con la sostanza; perché avete un bel dire: “Viva la Repubblica”, ma volete la repubblica sociale, la repubblica socialista, la repubblica comunista, la repubblica democratica? Ecco che noi arriviamo ai “problemi base”, ai “problemi sostanziali”. Noi abbiamo una piramide. Sulla cima della piramide vi è un capo dello Stato che può essere il presidente o il re, elettivo o ereditario, ma la base fondamentale è il popolo. E anche la struttura deve darla il popolo: è il popolo che deve reggere. Anche per la sostanza bisogna guardare alla base della piramide per la ricostruzione.
La formula generica americana di Lincoln “per il popolo, a mezzo del popolo, dal popolo”, è facilmente accettata da tutti. Ma quando si viene al concreto saltan fuori certi discorsi sopra i “consigli” e le circoscrizioni territoriali. Nenni dice veramente che io esagero quando esprimo delle diffidenze al riguardo. Però a un certo momento ho letto sull’Avanti! questo postulato formale: “i consigli devono avere carattere politico, devono formare la base dell’autogoverno… è l’eterna questione del potere che si ripropone”.
Tre giorni dopo, parlando dei consigli di fabbrica che dovrebbero essere utili strumenti di ricostruzione egli scriveva: “Pare che la parola consiglio faccia rizzare le orecchie a più asini attardati nella contemplazione del mondo che fu”. Ora io vi dico: appartengo a questa triste categoria.
C’è un precedente grossissimo, un precedente che farà storia, ed è appena di ieri. Se voi leggete quel libro che i comunisti hanno diffuso durante il periodo di clandestinità sopra gli elementi del leninismo che contiene le conferenze sintetiche di Giuseppe Stalin fatte sulla teoria di Lenin, Marx, ecc. voi troverete che il consiglio, cioè il soviet, è la forma ideale della dittatura del proletariato; che qui si tratta dell’unità di produzione delle fabbriche ed officine in contrasto coll’antica unità territoriale; che la comune di Parigi è stata l’embrione e questa dei soviet o consigli è la forma ideale scoperta per la nuova costituzione dello Stato. Anzi questa forma dei consigli prepara “il deperimento del sistema statale che è uno degli elementi essenziali della futura società comunista”.
Ora qui siamo proprio a un punto grave su cui richiamo la vostra attenzione e che vale di più nella alternativa “Repubblica o Monarchia”. Vogliamo fondare il nostro Nuovo Stato, la nostra nuova Italia sopra la larga base del popolo italiano, unito, come è nei suoi comuni, costituito dalle sue famiglie, nel suo carattere storico, o vogliamo dissolverlo in rappresentanze di officine? Non è che io non accetti i consigli, perché li accetto come rappresentanze di carattere sindacale, come rappresentanze di interessi che dovranno avere anche la loro funzione politica, per esempio nel costituire il senato. Ma la base fondamentale deve essere il comune, deve essere la regione, deve essere il suffragio universale maschile e femminile. Il comune, organo del nostro autogoverno, “self gouvernment” che come parola ci viene dalla storia inglese, ma come esperienza, più ancora dai nostri gloriosi comuni italiani.
Il comune che raccoglie le famiglie del territorio in cui c’è la torre che ricorda un passato, un campanile che indica il cielo, delle libere istituzioni le quali vengono dai padri e rappresentano il patrimonio della nostra storia italiana; il comune deve rimanere la base della futura democrazia. Questa unità territoriale è tanto più necessaria perché l’esperimento che essa ha fatto è tutt’altro che negativo. Quando il fascismo ha voluto cominciare a distruggere il tessuto delle nostre libertà, ha iniziato il suo attacco ai comuni perché è là nei consigli comunali, anche nei più piccoli, che il popolo impara a reggersi, e anche in molti consigli comunali dell’alta montagna certe volte i rappresentanti rurali hanno dimostrato molta più sapienza politica e amministrativa del gran consiglio del fascismo.
Coi consigli invece rischiamo di prendere un’altra strada. A ragione scrive il Bryce a proposito della democrazia: “La parola democrazia è stata sempre usata da Erodoto ai nostri giorni a denotare quella forma di governo nella quale la sovranità dello Stato è legalmente devoluta non ad una o a certe classi particolari, ma ai membri tutti della comunità”. Vero è che il suffragio universale va disciplinato e organizzato.
Abbiamo tentato nel 1919 con la proporzionale e ne sono derivati difetti che esigono correzioni. Bisogna organizzare la vigilanza dei partiti da parte di una magistratura superiore, affinché né imbrogli né intrighi possano inquinare quella che deve essere la serena volontà del popolo. Dovremo disciplinare anche le assemblee, e se reclamo il parlamento non è che non riconosca i difetti del sistema parlamentare, gli errori commessi e la necessità di riforme.
E dobbiamo aggiungere una suprema corte di giustizia, perché se una volta è avvenuto che per colpa della piazza o del Capo dello Stato o di tutti e due insieme la libertà nostra costituzionale è andata perduta, ciò non deve avvenire mai più.
L’esperienza comunista. Mi riferirò adesso anche all’esperimento russo. Con ciò non voglio menomamente diminuire il merito immenso, storico, secolare delle armate organizzate dal genio di Giuseppe Stalin. Lo riconosco questo merito e ho fiducia, ho speranza, che dal concorso delle forze operaie russe e delle forze occidentali, nasca un nuovo mondo. Bisogna però che c’intendiamo su parecchie questioni importanti e pregiudiziali. E’ stato scritto da parte autorevole comunista che “l’Unione delle repubbliche sovietiche è la prefigurazione vivente della futura unione dei popoli stretti in una economia mondiale unica”. E sia. C’è qualche cosa di immensamente simpatico, qualche cosa di immensamente suggestivo in questa tendenza universalistica del comunismo russo. Quando vedo che mentre Hitler e Mussolini perseguitavano degli uomini per la loro razza, e inventavano quella spaventosa legislazione antiebraica che conosciamo e vedo contemporaneamente i russi composti di 160 razze cercare la fusione di queste razze superando le diversità esistenti fra l’Asia e l’Europa, questo tentativo, questo sforzo verso l’unificazione del consorzio umano, lasciatemi dire: questo è cristiano, questo è eminentemente universalistico nel senso del cattolicesimo.
E cristiano è anche il formidabile tentativo di accorciare le distanze fra le classi sociali, questo sforzo per la elevazione del lavoro manuale. Mi capitò una volta fra mano un documento segreto dello stato maggiore tedesco sulle impressioni che riportavano gli ufficiali in Russia. Conclusione: quel che fa impressione ai soldati tedeschi è trovare un paese dove nessuno vive senza lavorare. Ora questo è un principio a cui tendiamo e che deve applicarsi anche in Italia. A questo scopo tendiamo noi e altre democrazie che si basano sul lavoro.
Le varie fasi attraversate dal comunismo negli ultimi 25 anni, le trasformazioni avvenute ci rendono difficile precisare che cosa ora nell’esperimento attuato, sia considerato proprietà privata e fino a qual punto sia giunto l’assorbimento collettivista; onde senza fermarci su tali problemi diremo che se comunismo s’intende nel senso generico che i beni della terra devono essere comunicati a tutti, ut communicentur, direbbe il teologo medioevale, o che a tutti, secondo la formula americana, sia dato eguale accesso alla proprietà, questo comunismo è anche nostro.
Lo statalismo oppressore della libertà. In quanto alle applicazioni pratiche, ci sarebbe da sperare che la presenza di Togliatti in Italia potrebbe in ogni caso servire a evitare gli esperimenti negativi e gli errori del sistema russo. Accenno qui alle varie trasformazioni subite dal comunismo russo, dal comunismo di guerra raggiunto, fra l’altro, non soltanto con la soppressione della moneta e dell’oro, ma anche con la soppressione fisica dei capitalisti alla NEP che ridà il commercio interno ai privati, e fa fiorire la classe dei contadini medi (kulaki) finché la volontà di industrializzare la Russia per farne il paese ideale del socialismo, e, più ancora poi, la minaccia rivelata dal Mein Kampf spingono i capi sovietici alla grande impresa economica coi tre famosi piani del ’28, del ’33 e dell’ultimo ancora in corso quando scoppiò la guerra.
Se nel 1917 si erano colpiti tre o quattro milioni di latifondisti, nel 1929 si porta uno sconquasso in tutta la classe dei piccoli e medi proprietari trasformando in poderi collettivi le proprietà private, incaricando la polizia federale della liquidazione dei renitenti che vennero trasportati a distanza di migliaia di chilometri a fare gli operai nelle miniere, sui canali e nelle fabbriche. Altro fenomeno, la denomadizzazione: milioni di nomadi che vengono costretti ad abbandonare il loro secolare sistema di vita. Ed eccovi ad un tratto il sabotaggio nelle miniere. Vi ricordate che noi credevamo che i processi fossero falsi, che le testimonianze fossero inventate, che le confessioni fossero estorte: e invece no.
Eccovi che oggettive informazioni americane assicurano che non si trattava di un falso, e che i sabotatori non erano truffatori volgari, ma vecchi cospiratori idealisti, che mal si adattavano ai concetti più democratici della costituzione del ’36 e che affrontavano la morte piuttosto che adattarsi a quello che per loro era tradimento del comunismo primitivo. Accenno a tutto questo per due ragioni: l’una per ricordare che il sistema comunista è stato ed è, economicamente parlando, in continua trasformazione, e quindi non può venir giudicato come una forma definitiva; vi sono errori, rifacimenti, demolizioni e ricostruzioni.
La seconda perché in tutte queste trasformazioni quello che rimane costante è l’eccessiva coazione e l’eccessivo intervento dello Stato e della sua polizia. Se la dittatura trova resistenza, diventa violenta e sanguinaria: e non lo fa per capriccio e per istinto brutale, ma lo fa perché è costretta dalla logica interna del suo compito innaturale, che è quello di determinare i destini morali, economici e materiali di tutti i cittadini. Per raggiungere l’ideale comunista ci vuole o un’altissima temperatura morale o una immensa coercizione. La temperatura morale si ebbe solo nelle condizioni straordinarie delle comunità cristiane della Chiesa antica attraverso la povertà volontaria, e si ha ancora nelle comunità monastiche.
Per le masse, tolto il periodo di estrema accensione, come può essere la guerra di estrema difesa, non rimane che la coercizione. E il fatto dei sabotaggi compiuti dai vecchi idealisti prova che la morale che si può dedurre dal concetto materialistico della storia è insufficiente a dirigere le coscienze.
L’idea ricostruttiva della DC. Ma che cos’è dunque che sentiamo come un insuperabile limite sul cammino di queste esperienze sociali? Prima di tutto la libertà, che non è semplicemente la libertà di parola e di riunione; la libertà per il popolo è essenzialmente l’esser padroni in casa propria, dunque proprietario o almeno mezzadro e affittuario, il poter allevare i figli secondo le proprie condizioni e il poter risparmiare per loro: libertà del risparmio trasmissibile. Ma come può esser libero l’uomo se dalla mattina alla sera lo Stato interviene attraverso i suoi commissari a regolare tutta la sua vita?
I nostri sforzi devono tendere all’uomo proprietario e libero.
Il nemico della libertà è il totalitarismo di Stato. Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero diritti sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l’uomo e poi lo Stato. Collega Togliatti, abbiamo apprezzato, come meritava, la tua dichiarazione di rispetto per la fede cattolica della maggioranza degli italiani, e confidiamo che nella pratica tutto il Partito ne tirerà le conseguenze. La tolleranza mutua nelle forme della civile convivenza che voi proponete e noi volentieri accettiamo, costituisce in confronto al passato un notevole progresso, che potrà farci incontrare più spesso lungo l’aspro cammino che dovremo percorrere per il riscatto del popolo italiano.
Ma lassù sull’erta, e mi par di vedere con gli occhi della fede la Sua luminosa figura, cammina un altro Proletario, anch’Egli israelita come Marx; duemila anni fa egli fondò l’Internazionale basata sull’eguaglianza, sulla fraternità universale, sulla paternità di Dio, e suscitò amori ardenti, eroismi senza nome, sacrifici fino all’immolazione. Ma l’uomo, incline al male, resiste; è avido (mammona iniquitatis), superbo (superbia vitae) e sanguinario: alla vigilia della guerra invano risuonò la voce del Papa.
Ebbene bisogna riprendere il cammino, bisogna seguire quella Figura divina. Non l’avete, ciascuno di voi già incontrato questo Proletario, Cristo, col suo dolce sguardo nelle giornate tremende che abbiamo passate di dolore e di tragedia nei ricoveri, nelle trincee, nei carceri o nel buio d’una catacomba? Il Salvatore è Lui. Per risorgere dalla sua morte civile e materiale, bisogna che la nuova Italia disposi il lavoro alla fede come facevano le nostre repubbliche comunali, e che le forze morali e materiali della carità cristiana soccorrano, come ha già fatto meravigliosamente il clero romano, all’opera di giustizia sociale che vogliamo intraprendere.

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Discorso del Presidente del Consiglio on. Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi  – 10 agosto 1946


Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.
Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali?
Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire.
Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilità impone in quest’ora storica a ciascuno di noi, questo trattato è, nei confronti dell’Italia, estremamente duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l’Italia che entrasse, sia pure vestita del saio del penitente, nell’ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d’accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali l’uso della forza (come proclama l’articolo 2 dello Statuto di San Francisco) in base al “principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri”, come è detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente “l’integrità territoriale e l’indipendenza politica”, tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto. L’Italia avrebbe subìto delle sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione internazionale.
Si può credere che sia così?
Evidentemente ciò è nelle vostre intenzioni, ma il testo del trattato parla un altro linguaggio.
In un congresso di pace è estremamente antipatico parlar d’armi e di strumenti di guerra. Vi devo accennare, tuttavia, perché nelle precauzioni prese dal trattato contro un presumibile riaffacciarsi di un pericolo italiano si è andati tanto oltre da rendere precaria la nostra capacità difensiva connessa con la nostra indipendenza.
Mai, mai nella nostra storia moderna le porte di casa furono così spalancate, mai le nostre possibilità di difesa così limitate. Ciò vale per la frontiera orientale come per certe rettifiche dell’occidentale ispirate non certo ai criteri della sicurezza collettiva.
Nè questa volta ci si fa balenare la speranza di Versailles, cioè il proposito di un disarmo generale, del quale il disarmo dei vinti sarebbe solo un anticipo.
Ma in verità più che il testo del trattato, ci preoccupa lo spirito: esso si rivela subito nel preambolo.
Il primo considerando riguarda la guerra di aggressione e voi lo ritroverete tale quale in tutti i trattati coi così detti ex satelliti; ma nel secondo considerando che riguarda la cobelligeranza voi troverete nel nostro un apprezzamento sfavorevole che cercherete invano nei progetti per gli Stati ex nemici. Esso suona: “considerando che sotto la pressione degli avvenimenti militari, il regime fascista fu rovesciato … “.
Ora non v’ha dubbio che il rovesciamento del regime fascista non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma il rivolgimento non sarebbe stato così profondo, se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del nord, senza l’abile azione clandestina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista (ed è qui presente uno dei suoi più fattivi rappresentanti) che spinsero al colpo di stato. Rammentate che il comunicato di Potsdam del 2 agosto 1945 proclama: “L’Italia fu la prima delle Potenze dell’Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa diede un sostanziale contributo ed ora si è aggiunta agli Alleati nella guerra contro il Giappone”.
“L’Italia ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di un Governo e istituzioni democratiche”.
Tale era il riconoscimento di Potsdam. Che cosa è avvenuto perché nel preambolo del trattato si faccia ora sparire dalla scena storica il popolo italiano che fu protagonista? Forse che un governo designato liberamente dal popolo, attraverso l’Assemblea Costituente della Repubblica, merita meno considerazione sul terreno democratico?
La stessa domanda può venir fatta circa la formulazione così stentata ed agra della cobelligeranza: “delle Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania”. Delle Forze? Ma si tratta di tutta la marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del “Corpo Italiano di Liberazione”, trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e “last but non least” dei partigiani, autori soprattutto dell’insurrezione del nord.
Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre 100 mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana.
Diciotto mesi durò questa seconda guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord spogliando, devastando, distruggendo quello che gli aerei non avevano abbattuto.
Il rapido crollo del fascismo dimostrò esser vero quello che disse Churchill: “un uomo, un uomo solo ha voluto questa guerra” e quanto fosse profetica la parola di Stimson, allora Ministro della guerra americano: “La resa significa un atto di sfida ai tedeschi che avrebbe cagionato al popolo italiano inevitabili sofferenze”.
Me è evidente che, come la prefazione di un libro, anche il preambolo è stato scritto dopo il testo del Trattato, e così bisognava ridurre, attenuare il significato della partecipazione del popolo italiano ed in genere della cobelligeranza perché il preambolo potesse in qualche maniera corrispondere agli articoli che seguono.
Infatti dei 78 articoli del trattato la più parte corrisponde ai due primi considerando, cioè alla guerra fascista e alla resa: nessuno al considerando della cobelligeranza, la quale si ritiene già compensata coll’appoggio promesso all’Italia per l’entrata nell’ONU; compenso garantito anche a Stati che seguirono o poterono seguire molto più tardi l’esempio dell’Italia antifascista.
Il carattere punitivo del trattato risulta anche dalle clausole territoriali. E qui non posso negare che la soluzione del problema di Trieste implicava difficoltà oggettive che non era facile superare. Tuttavia anche questo problema è stato inficiato fin dall’inizio da una psicologia di guerra, da un richiamo tenace ad un presunto diritto del primo occupante e dalla mancata tregua fra le due parti più direttamente interessate.
Mi avete chiamato a Londra il 18 settembre 1945. Abbandonando la frontiera naturale delle Alpi e per soddisfare alle aspirazioni etniche jugoslave, proposi allora la linea che Wilson aveva fatta propria quando, il 23 aprile 1919, nella Conferenza della Pace a Parigi invocava “una decisione giusta ed equa, non già una decisione che eternasse la distinzione tra vincitori e vinti”.
Proponevamo inoltre che il problema economico della Venezia Giulia venisse risolto internazionalizzando il porto di Trieste e creando una collaborazione col porto di Fiume e col sistema ferroviario Danubio-Sava-Adriatico.
Era naturalmente inteso che si dovesse introdurre parità e reciprocità nel trattamento delle minoranze, che Fiume riavesse lo status riconosciuto a Rapallo, che il carattere di Zara fosse salvaguardato.
Il giorno dopo, Signori Ministri, avete deciso di cercare la linea etnica in modo che essa lasciasse il minimo di abitanti sotto dominio straniero; a tale scopo disponeste la costituzione di una Commissione d’inchiesta. La commissione lavorò nella Venezia Giulia per 28 giorni. Il risultato dell’inchiesta fu tale che io stesso, chiamato a Parigi a dire il mio avviso il 3 maggio 1946, ne approvai, sia pure con alcune riserve, le conclusioni di massima. Ma i rappresentanti jugoslavi, con argomenti di sapore punitivo, sul possesso totale della Venezia Giulia e specie di Trieste. Cominciò allora l’affannosa ricerca del compromesso e, quando lasciai Parigi, correva voce che gli Anglo-Americani, abbandonando le linee etniche, si ritirassero su quella francese.
Questa linea francese era già una linea politica di comodo, non più una linea etnica nel senso delle decisioni di Londra, perché rimanevano nel territorio slavo 180.000 italiani e in quello italiano 59.000 slavi; soprattutto essa escludeva dall’Italia Pola, e le città minori della costa istriana occidentale ed implicava quindi per noi una perdita insopportabile. Ma per quanto inaccettabile, essa era almeno una frontiera italo-jugoslava che aggiudicava Trieste all’Italia.
Ebbene, che cosa è accaduto sul tavolo del compromesso durante il giugno, perché il 3 luglio il Consiglio dei Quattro rovesciasse le decisioni di Londra e facesse della linea francese non più la frontiera tra Italia e Jugoslavia, ma quella di un cosiddetto “Territorio libero di Trieste” con particolare statuto internazionale? Questo rovesciamento fu per noi una amarissima sorpresa e provocò in Italia la più profonda reazione. Nessun sintomo, nessun cenno poteva autorizzare gli autori del compromesso a ritenere che avremmo assunto la benché minima corresponsabilità di una simile soluzione che incide nelle nostre carni e mutila la nostra integrità nazionale. Appena avuto sentore di tale minaccia il 30 giugno telegrafavo ai Quattro Ministri degli Esteri la pressante preghiera di ascoltarmi dichiarando di volere assecondare i loro sforzi per la pace, ma mettendoli in guardia contro espedienti che sarebbero causa di nuovi conflitti. La soluzione internazionale, dicevo, com’è progettata, non è accettabile e specialmente l’esclusione dell’Istria occidentale fino a Pola causerà una ferita insopportabile alla coscienza nazionale italiana.
La mia preghiera non ebbe risposta e venne messa agli atti. Oggi non posso che rinnovarla, aggiungendo degli argomenti che non interessano solo la nostra nazione, ma voi tutti che siete ansiosi della pace del mondo.
Il Territorio libero, come descritto dal progetto, avrebbe una estensione di 783 kmq. con 334.000 abitanti concentrati per 3/4 nella città capitale. La popolazione si comporrebbe, secondo il censimento del 1921, di 266.000 italiani, 49.501 slavi, 18.000 altri. Lo Stato sarebbe tributario della Jugoslavia e dell’Italia in misura eguale per la forza elettrica, comunicherebbe con il suo hinterland con tre ferrovie slave ed una italiana. Le spese necessarie per il bilancio ordinario sarebbero da 5 a 7 miliardi; il gettito massimo dei tributi potrebbe toccare il miliardo.
Trieste ed il suo porto dall’Italia hanno avuto dal 1919 al 1938 larghissimi contributi per opere pubbliche e le industrie triestine come i cantieri, le raffinerie, le fabbriche di conserve, non solo sorte in seguito a facilitazioni, esenzioni fiscali, sussidii (anche le linee di navigazione), ma sono vincolate tutte ai mercati italiani. Già ora il trattato proietta la sua ombra sull’attività produttiva di Trieste perché non si crede alla vitalità della sistemazione e alla sua efficienza economica. Come sarà possibile, obiettano i triestini, mantenere l’ordine in uno Stato non accetto né agli uni né agli altri, se oggi ancora gli Alleati, che pur vi mantengono forze notevoli, non riescono a garantire la sicurezza personale?
Il problema interno è forse il più grave. Ogni gruppo etnico chiederebbe soccorso ai suoi e le lotte si complicherebbero col sovrapporsi del problema sociale, particolarmente acuto e violento in situazioni come quelle di un emporio commerciale e industriale. Come farà l’ONU ad arbitrare e ad evitare che le lotte politiche interne assumano carattere internazionale?
Voi rinserrate nella fragile gabbia d’uno statuto i due contendenti con razioni scarse e copiosi diritti politici e voi pretendete che non vengano alle mani e non chiamino in aiuto gli slavi, schierati tutti all’intorno a 8 chilometri di distanza, e gli italiani che tendono il braccio attraverso un varco di due chilometri?
Ovvero pensate davvero di fare del porto di Trieste un emporio per l’Europa Centrale? Ma allora il problema è economico e non politico. Ci vuole una compagnia, un’amministrazione internazionale, non uno Stato; un’impresa con stabili basi finanziarie, non una combinazione giuridica collocata sulle sabbie mobili della politica!
Per correre il rischio di tale non durevole spediente, voi avete dovuto aggiudicare l’81% del territorio della Venezia Giulia agli jugoslavi (ed ancora essi se ne lagnano come di un tradimento degli Alleati, e cercano di accaparrare il resto a mezzo di formule giuridiche costituzionali del nuovo Stato); avete dovuto far torto all’Italia rinnegando la linea etnica, avete abbandonata alla Jugoslavia la zona di Parenzo-Pola, senza ricordare la Carta Atlantica che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali, anzi ne aggravate le condizioni stabilendo che gli italiani della Venezia Giulia passati sotto la sovranità slava che opteranno per conservare la loro cittadinanza, potranno entro un anno essere espulsi e dovranno trasferirsi in Italia abbandonando la loro terra, le loro case, i loro averi, che più? i loro beni potranno venire confiscati e liquidati, come appartenenti a cittadini italiani all’estero, mentre l’italiano che accetterà la cittadinanza slava sarà esente da tale confisca.
L’effetto di codesta vostra soluzione è che, fatta astrazione dal Territorio libero, 180.000 italiani rimangono in Jugoslavia e 10 mila slavi in Italia (secondo il censimento del 1921) eche il totale degli italiani esclusi dall’Italia, calcolando quelli di Trieste, è di 446.000; né per queste minoranze avete minimamente provveduto, mentre noi in Alto Adige stiamo preparando una generosa revisione delle opzioni ed è già stato raggiunto un accordo su una ampia autonomia regionale da sottoporsi alla Costituente.
A qual pro dunque ostinarsi in una soluzione che rischia di creare nuovi guai, a qual pro voi vi chiuderete gli orecchi alle grida di dolore degli italiani dell’Istria – ho presente una sottoscrizione di Pola – che sono pronti a partire, ad abbandonare terre e focolari pur di non sottoporsi al nuovo regime?
Lo so, bisogna fare la pace, bisogna superare la stasi, ma se avete rinviato di un anno la questione coloniale, non avendo trovato una soluzione adeguata, come non potreste fare altrettanto per la questione giuliana? C’è sempre tempo per commettere un errore irreparabile. Il Trattato sta in piedi anche se rimangono aperte alcune clausole territoriali. E’ una pace provvisoria: ma anche da Versailles a Cannes si dovette procedere per gradi. Altre questioni rimangono aperte o sono risolte nel Trattato negativamente. Non posso ritenere, per esempio, che i nostri rapporti con la Germania si possano considerare definiti con l’art. 67 di codesto Trattato, il quale impone all’Italia la rinuncia a qualsiasi reclamo, compresi i crediti contro la Germania e i cittadini germanici fino alla data dell’8 maggio 1945, dopo cioè che l’Italia era in guerra con la Germania da diciannove mesi.
I nostri tecnici calcolano a circa 700 miliardi di lire, cioè a circa 3 miliardi di dollari, la somma che possiamo reclamare dalla Germani per il periodo della cobelligeranza; e noi ci dovremmo semplicemente rinunciare? Non può essere questo un provvedimento definitivo; bisognerà pur riparlarne quando si farà la pace con la Germania: e allora non è questo un altro argomento per provare che il completo assestamento d’Europa non può avvenire che dopo la pace con la Germania? Stabiliamo le basi fondamentali del Trattato; l’Italia accetterà di fare i sacrifici che può.
Mettiamoci poi a tavolino, noi e gli jugoslavi in prima linea, e cerchiamo un modo di vita, una collaborazione, perché senza questo spirito le formule del Trattato rimarranno vuote.
Non è a dire con ciò che per tutto il resto il Trattato sia senz’altro accettabile.
Alcune clausole economiche sono durissime. Così per esempio l’art. 69 che concede ad ogni Potenza Alleata o Associata il diritto di sequestrare, ritenere o liquidare tutti i beni italiani all’estero, salvo restituire la eventuale quota eccedente i reclami delle Nazioni Unite. L’applicazione generale di tale articolo avrebbe conseguenze insopportabili per la nostra economia. Ci attendiamo che tali disposizioni vengano modificate soprattutto se – come non dubito – si darà modo ai miei collaboratori di esprimersi a fondo su questo come su ogni altro argomento, in seno alle competenti Commissioni. Così ancora all’art. 62 ci si impone una rinuncia contraria al buon diritto e alle norme internazionali, la rinuncia cioè a qualsiasi credito derivante dalle Convenzioni sul trattamento dei prigionieri.
logica conseguenza della cobelligeranza è anche che a datare dal 13 ottobre 1943 lo spirito con cui devono essere regolati i rapporti economici tra noi e gli Alleati sia diverso. Non si tratta più di spese di occupazione, previste all’epoca dell’armistizio per un breve periodo, ma di spese di guerra sul fronte italiano. Ad esse il Governo italiano vuole contribuire nei limiti delle sue possibilità economiche, me nei modi che di tale capacità tengano conto.
In quanto alle riparazioni, pur essendo disposti a sopportare sacrifici, dobbiamo escludere che si facciano gravare sull’economia italiana oneri imprecisati e per un tempo indeterminato e nei riguardi dei territori ceduti o liberati si dovrà tener conto degli enormi investimenti da noi fatti per opere pubbliche per lo sviluppo culturale e materiale di tali Paesi. Se le clausole del trattato ci venissero imposte nella loro totalità e crudezza, noi, firmando, commetteremmo un falso perché l’Italia, nel momento attuale, con una diminuzione dei salari reali di oltre il 50% e del reddito nazionale di oltre il 45, ha già visto ridurre la sua capacità di produzione fino al punto da non poter acquistare all’estero le derrate alimentari e le materie prime. Ulteriori peggioramenti provocherebbero il caos monetario, l’insolvenza e la perdita della nostra indipendenza economica. A che ci gioverebbe allora essere ammessi ai benefici del Consiglio economico e sociale dell’ONU?
Prendiamo atto con soddisfazione che nella Conferenza dei Quattro – seduta del 10 maggio – la proposta di affidare all’Italia sotto forma di amministrazione fiduciaria le sue colonie ha incontrato consensi. Confidiamo che tale assenso trovi pratica applicazione nel momento di deliberare. In tale attesa, purché non si chiedano rinuncie preventive, non facciamo obbiezioni al rinvio né al prolungamento dell’attuale regime di controllo militare in quei territori. Ma noi ci attendiamo che l’amministrazione di quei territori durante l’anno di proroga sia, in conformità della legge internazionale, affidata almeno per un’equa parte ai funzionari italiani, sia pure sotto il controllo delle autorità occupanti. E facciamo viva istanza perché decine e decine di migliaia di profughi dalla Libia, Eritrea e Somalia che vivono in condizioni angosciose in Italia o in campi di concentramento della Rhodesia o nel Kenya possano ritornare alle loro sedi.
Circa le questioni militari, le nostre obbiezioni potranno più propriamente essere esposte nella Commissione rispettiva. Basti qui riaffermare che la flotta italiana, dopo essersi data tutta alla cobelligeranza e aver operato in favore della causa comune per tre anni e fino a tutt’oggi sotto propria bandiera agli ordini del Comando Supremo del Mediterraneo, non può oggi, per ovvie ragioni morali e giuridiche, venir trattata come bottino di guerra. Ciò non esclude che nello spirito degli accordi Cunningham – De Courten, essa contribuisca entro giustificati limiti a restituzioni o compensi.

Signori Ministri, Signori Delegati,
per mesi e mesi ho atteso invano di potervi esprimere in una sintesi generale il pensiero dell’Italia sulle condizioni della sua pace, ed oggi ancora comparendo qui nella veste di ex-nemico, veste che non fu mai quella del popolo italiano, innanzi a Voi, affaticati dal lungo travaglio o anelanti alla conclusione, ho fatto uno sforzo per contenere il sentimento e dominare la parola, onde sia palese che siamo lungi dal voler intralciare ma intendiamo costruttivamente favorire la vostra opera, in quanto contribuisca ad un assetto più giusto del mondo.
Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri apparentemente contrastanti.
Da una parte egli deve esprimere l’ansia, il dolore, l’angosciosa preoccupazione per le conseguenze del Trattato, dall’altra riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace.
Tale fede nutro io pure e tale fede sono venuti qui a proclamare con me i miei due autorevoli colleghi, l’uno già Presidente del Consiglio, prima che il fascismo stroncasse l’evoluzione democratica dell’altro dopoguerra, il secondo Presidente dell’Assemblea Costituente Repubblicana, vittima ieri dell’esilio e delle prigioni e animatore oggi di democrazia e di giustizia sociale: entrambi interpreti di quell’Assemblea a cui spetterà di decidere se il Trattato che uscirà dai vostri lavori sarà tale da autorizzarla ad assumerne la corresponsabilità, senza correre il rischio di compromettere la libertà e lo sviluppo democratico del popolo italiano.

Signori Delegati,
grava su voi la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra, cioè all’indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi. Come italiano non vi chiedo nessuna concessione particolare, vi chiedo solo di inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni Paese che nella guerra hanno combattuto e sofferto per una mèta ideale. Non sostate sui labili espedienti, non illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a quella mèta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla.
E’ in questo quadro di una pace generale e stabile, Signori Delegati, che vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia: un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano.”

Enrico De Nicola

Enrico De Nicola nasce a Napoli il 9 novembre 1877. Si laurea in giurisprudenza, divenendo ben presto uno dei più accreditati avvocati penalisti italiani. Compie tutta la sua carriera professionale e politica nell’Italia liberale. Il suo primo impegno è nel settore giornalistico, nel 1895 è redattore per la rubrica quotidiana di vita giudiziaria del “Don Marzio”. Nel 1909 viene eletto Deputato al Parlamento nelle liste liberali, ed è riconfermato in tutte le successive elezioni dal 1913, al 1924, in queste ultime non presta il giuramento richiesto per essere ammesso alle funzioni e, quindi, non partecipa alle attività parlamentari.
Viene nominato Sottosegretario di Stato per le Colonie nel 1913-1914 nel IV governo Giolitti. Interventista durante la I Guerra Mondiale, finito il conflitto è sottosegretario di Stato per il Tesoro nel 1919 nel governo Orlando.
Il 26 giugno 1920 è eletto Presidente della Camera dei Deputati e ancora riconfermato nella legislatura successiva fino al 25 gennaio 1924. È una Camera diversa da quelle precedenti, i partiti di massa, socialisti e popolari, detengono la maggioranza, 156 e 100 seggi circa a testa, grazie alla nuova legge elettorale proporzionale approvata dal governo Nitti. Il vecchio blocco liberal governativo non è più né egemone né maggioritario. De Nicola rimane alla Presidenza della Camera fino alle elezioni del 1924, che videro il successo di Mussolini e l’avvio, dopo la crisi del delitto Matteotti, del regime fascista.
Nominato Senatore del Regno nel 1929, preferisce non partecipare ai lavori del Senato e ritirarsi a vita privata.
Alla caduta del fascismo viene nominato membro della Consulta Nazionale, e all’indomani del referendum istituzionale a favore della Repubblica, De Gasperi, Nenni e Togliatti si accordano sul nome di Enrico De Nicola e nella seduta del 28 giugno del 1946 l’Assemblea Costituente procede alla sua nomina a Capo provvisorio dello Stato.
Il 1° luglio 1946 ha luogo l’insediamento e De Nicola guida dal Quirinale i primi difficili e convulsi anni della Repubblica italiana. Nel maggio 1947 prova ad evitare, senza successo, la frattura e la fine dell’unità nazionale antifascista tra democristiani e socialcomunisti, tentando di dar vita ad un nuovo governo unitario guidato da Vittorio Emanuele Orlando o Francesco Saverio Nitti, che ha l’appoggio di Togliatti, ma non di De Gasperi. Il 25 giugno 1947 si dichiara costretto, per motivi di salute, a rassegnare le dimissioni, ma viene rieletto il giorno dopo, al primo scrutinio con 405 voti su 523.

A norma della prima disposizione transitoria della Costituzione, dal 1° gennaio 1948 De Nicola assume il titolo di Presidente della Repubblica. Nel 1948 firma con il presidente del Consiglio De Gasperi, il liberale Grassi e il comunista Terracini la nuova Costituzione dell’Italia repubblicana di cui viene confermato Presidente dall’Assemblea Costituente all’inizio dello stesso anno.
Dopo le elezioni del 18 aprile 1948 e l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Luigi Einaudi, De Nicola viene nominato senatore a vita quale ex Presidente della Repubblica. Il 28 aprile 1951 è Presidente del Senato della Repubblica, ma si dimette dalla carica il 24 giugno 1952.
Nominato giudice della neonata Corte Costituzionale dal Presidente della Repubblica il 3 dicembre 1955, nel corso della prima riunione viene eletto alla Presidenza della Corte. Abbandona la carica l’anno successivo il 26 marzo 1957, in forte polemica verso il governo italiano, che accusa di intralciare l’opera di democratizzazione del nostro ordinamento giuridico. Il 1° ottobre 1959 muore nella sua casa di Torre del Greco.

 

 

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