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Piero Calamandrei

Piero Calamandrei

Piero Calamandrei (Da: http://www.anpi.it/donne-e-uomini/piero-calamandrei)

Nato a Firenze il 21 aprile 1889, deceduto a Firenze il 27 settembre 1956, giurista e scrittore politico. Di antica famiglia di giuristi, suo padre, professore e avvocato, era stato anche deputato repubblicano, si era laureato a Pisa nel 1912. Nel 1915 era già docente di procedura civile all’Università di Messina e, tolta la parentesi della prima guerra mondiale, ha insegnato a Modena (1918), a Siena (1920) e, dal 1924 sino ai suoi ultimi giorni, nell’Ateneo fiorentino di cui fu rettore. Interventista, Calamandrei aveva partecipato da volontario alla guerra 1915-18 come ufficiale di Fanteria, ma nonostante la promozione a tenente colonnello, preferì riprendere la carriera accademica. L’avvento del fascismo lo portò ad impegnarsi contro la dittatura. Di qui la collaborazione con Salvemini e poi con i fratelli Rosselli, con i quali fondò il Circolo di Cultura di Firenze che, nel 1924, dopo essere stato devastato dagli squadristi, fu definitivamente chiuso per ordine prefettizio.

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Aristide Merloni. Etica e impresa

 

L’inizio di Aristide nel mondo dell’impresa fu nel 1919 come disegnatore in uno stabilimento di Pinerolo, il suo stipendio fu di 250 lire al mese, in dieci anni divenne direttore generale di questa azienda. Anche dopo il suo trasferimento in Piemonte mantenne la sua adesione al Partito Popolare. Il mondo dell’impresa certamente piacque ad Aristide, che nel 1930 tornò nella sua terra per fondare un’azienda, in una terra che allora era di emigrazione, un territorio molto difficile per iniziare questa avventura.


 

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Luciano Lama

 

Nel ’58 viene eletto deputato nelle liste del Pci, carica in cui viene riconfermato nelle elezioni del ’63 e del ’68. In questa veste entra anche a far parte della Commissione parlamentare sui problemi del lavoro. Nel ’62 entra a far parte della Segreteria della Cgil nazionale, con il compito di seguire il settore contratti e vertenze. Viene riconfermato segretario confederale dal Vl e dal Vll congresso della Cgil. Nel 1969 in nome dell’incompatibilità tra la carica parlamentare e l’azione sindacale, decisa in sede congressuale, presenta le dimissioni dal Parlamento, dalla Direzione e dal Comitato Centrale del Pci. La distensione internazionale e l’apertura a sinistra iniziata da Fanfani e Moro dopo i tragici giorni del giugno e luglio 1960 (governo Tambroni – morti e feriti in varie città d’Italia) contribuirà a migliorare il clima anche all’interno del sindacato: le tre organizzazioni, Cgil, Cisl e Uil, cominceranno a dialogare fra di loro ed ad agire in un’ottica unitaria. I primi sintomi di questo new deal tra i sindacati cominciano nelle associazioni di categoria dei metalmeccanici (Fiom di cui Lama è leader, FIM, UILM) per poi estendersi a tutto il sindacato.

Nel 1970 succede ad Agostino Novella (divenuto segretario Cgil dopo l’improvvisa morte di Giuseppe Di Vittorio, “caduto sul lavoro” durante un comizio) come Segretario Generale della Cgil. Verrà poi riconfermato all’Vlll, al lX° e al X° congresso del maggior sindacato italiano. La linea della Cgil, illustrata nella relazione di apertura all’ottavo congresso, traccia una svolta nella strategia della confederazione, ponendo al centro l’occupazione, il Mezzogiorno e l’uso delle risorse. Strategia che, riconfermata e precisata dal nono congresso, fa da supporto alla scelta della Federazione Unitaria Cgil, Cisl, Uil, di cui Lama, dal 1972 al 1984 (anno di scioglimento della Federazione) diviene Segretario Generale, insieme a Bruno Storti e a Raffaele Vanni.
Gli anni ’70 sono dunque gli anni della Federazione Unitaria (il 24 luglio 1972 si arriva al patto federativo tra Cgil, Cisl e Uil, faticosamente raggiunto grazie all’opera di uomini come Lama) e dell’affermazione del ruolo politico e sociale del sindacato. Sono anche gli anni della trasformazione tecnologica della nostra industria, dell’esplodere della disoccupazione come problema drammatico, non soltanto al Sud. E, infine, gli anni del terrorismo, che culminerà nel 1978 con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e, nel ’79 (era il 24 gennaio) con l’uccisione a Genova di Guido Rossa, l’operaio sindacalista assassinato dalle Brigate Rosse; il Paese rispose con una massa imponente di cittadini (250.00
Anche all’indomani della strage di Via Fani Lama e il sindacato furono in prima linea nella difesa dello stato: è impossibile non ricordare la grande manifestazione unitaria organizzata da Cgil, Cisl, Uil, a Roma, in piazza San Giovanni, in cui si invitavano i lavoratori alla vigilanza democratica nei luoghi di lavoro e a denunciare ogni illegalità. I sindacati sono in prima linea nella difesa della democrazia repubblicana a Brescia, a Milano, città martirizzate dalle note stragi e a Reggio Calabria contro le violenze separatiste della rivolta fascista dei Boia chi molla!. Lama si impegnerà anche personalmente per contrastare il terrorismo, esponendosi a dure contestazioni, come quella del 17 febbraio 1977 all’Università di Roma. Incidenti e tumulti furono organizzati da chi non voleva che l’uomo del sindacato parlasse ai giovani e agli studenti per indicare loro la via unitaria e democratica per il progresso civile del nostro paese. La nuova visione del sindacato che Lama mette in campo è a favore di un modello sociale con un forte welfare state, ma non assistenzialista: sogna una società in cui prevalgano i diritti ed i doveri dei cittadini e dei lavoratori e non i favori per clienti e amici. Molti anni prima di Tangentopoli e delle doverose indagini della magistratura, uomini come Lama (è dei primi anni ’80 la sua famosa intervista a Eugenio Scalfari relativa alla “questione morale”) denunciavano, inascoltati e beffeggiati da buona parte della classe politica, imprenditoriale, degli opinion makers e anche del corpo elettorale, le disfunzioni e le corruzioni che avvenivano in Italia, piaghe profonde nella nostra società che avrebbero potuto, come poi è avvenuto, minare le stesse radici della nostra democrazia.

Nel 1975 Lama firma con il presidente della Confindustria Gianni Agnelli l’accordo sul punto unico di contingenza della scala mobile. Gli anni ’80, infine, sono gli ultimi anni di impegno sindacale di Luciano Lama, ma anche fra i più travagliati. Il conflitto si acuisce nell’autunno del 1980 con la vertenza Fiat, la minaccia dei 14 mila licenziamenti e la marcia dei quarantamila. La rottura della solidarietà nel mondo del lavoro, la lotta alla disoccupazione, la revisione di un meccanismo di scala mobile – fattore di inflazione e di appiattimento – sono i temi che Lama si trova ad affrontare. E lo fa con coraggio, senza temere di apparire impopolare. Ma l’intesa del gennaio ’82, che modifica la copertura della contingenza regge solo per due anni. Il leader della Cgil non riesce ad evitare la rottura con Cisl e Uil e con i socialisti del suo sindacato, e soprattutto la prova del referendum. L’unità sembra solo un lontano ricordo, ma Lama nei due anni che lo separano dalla scadenza del suo mandato e dall’uscita del sindacato, riuscirà a ricompattare la Cgil. Negli anni ’80 terminava l’emergenza terrorismo e anche l’azione unitaria del sindacato (riprenderà negli anni ’90, con la concertazione, il risanamento e la sfida dell’Europa) subiva una grave rottura: nel 1984 l’allora presidente del Consiglio dei Ministri, Bettino Craxi, decideva di tagliare per decreto (decreto di San Valentino) 4 punti di scala mobile. Il Pci si oppose duramente e arrivò a promuovere un referendum per abrogare tale misura di legge. La consultazione si tenne l’anno successivo, e la maggioranza degli Italiani votò contro l’abrogazione del taglio e a favore del mantenimento del decreto.

Nel 1986 Lama lascia il sindacato e torna alla politica. L’anno successivo ricopre – fino al 1992 – l’importante incarico di Vicepresidente del Senato. La sua attività di parlamentare lo porta, ancora una volta, ad interessarsi dei problemi del lavoro, come membro della Commissione permanente Lavoro e Previdenza Sociale e poi come presidente di una commissione di inchiesta sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche italiane. Dal 1994 non si ripresenta più al corpo elettorale. Infine, la scelta di abbandonare Roma e di ritirarsi ad Amelia, ma senza abbandonare la politica. Nella cittadina umbra l’ex leader della Cgil, viene eletto Sindaco, compito che svolge fino a quando la malattia, nel 1996, lo costringe a rassegnare le dimissioni. Venerdì 31 maggio 1996, Luciano Lama muore nella sua abitazione romana.

 

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