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Alcuni effetti delle esternalizzazioni nella Pubblica Amministrazione

Le esternalizzazioni di alcuni servizi prestati dalla Pubblica Amministrazione possono rappresentare una preziosa occasione per concentrare le risorse finanziarie disponibili, nei settori strategici e più propri dell’agire amministrativo del territorio. Requisito essenziale per consentire il corretto funzionamento di questo strumento di razionalizzazione della spesa è che, a parità di qualità del servizio reso, si verifichi anche un apprezzabile risparmio da parte dell’ente pubblico.
Purtroppo, spesso, lo strumento delle esternalizzazioni viene utilizzato solo per creare circuiti fittizi e meramente ragionieristici di diminuzione, apparente, della spesa pubblica, secondo i meccanismi messi a disposizione dalle varie finanziarie. Quindi a volte le esternalizzazioni vengono utilizzate per nascondere, furbescamente, una parte della spesa pubblica, consentendo di presentare i risultati di bilancio sotto il loro aspetto quantitativo migliore. E’ un po’ come nascondere la sporcizia sotto i tappeti di casa.
Inoltre si verifica sempre più di frequente che il costo del servizio esternalizzato sia superiore a quello sopportato per il servizio in gestione diretta. Ultimo aspetto, ma più importante, esternalizzando si trasformano posti di lavoro stabili in occupazioni precarie. Sempre di più si vanifica quel pragmatismo costruito con fatica e sangue nel XX secolo, per sostituirlo con un orientamento etico che pone il solo mercato al centro dell’agire politico economico.
L’aspetto che mi spaventa di più è rappresentato dal fatto che questo new deal della politica economica trova i suoi padri nei prodiani quanto nei berlusconiani, senza alcun alcun distinguo sostanziale, soprattutto senza alcuna vergogna.

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Benedetto XVI su capitalismo e Marx


Le critiche di Benedetto XVI al capitalismo. Alcune osservazioni
Carlo Gambescia
(Da:
http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2007/01/le-critiche-di-benedetto-xvi-al.html)

La presa di posizione di Benedetto XVI nei riguardi del sistema capitalistico, ribadisce una linea di tendenza storica inaugurata dalla Rerum Novarum (1891). Ora, però, sarebbe errato individuare nella dottrina sociale della Chiesa Cattolica un insieme di concrete politiche economiche di tipo anticapitalistico. L’invito a prendere atto delle crudezze del sistema capitalistico, come di ogni altro sistema a sfondo puramente materialistico, spesso formalizzato da alcuni papi (Leone XIII, Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II), va inteso in termini squisitamente religiosi e morali. La dottrina sociale della Chiesa Cattolica, pur nella sua corposità ed elevatezza teologica, non racchiude politiche o ricette economiche concrete, ma più semplicemente una serie di raccomandazioni di tipo prepolitico e preeconomico. O comunque di principi che dovrebbero fare da cornice a ogni intervento politico- economico concreto. Sotto questo aspetto le critiche di Benedetto XVI alla “logica capitalistica” sono un invito a ricondurre il mercato capitalistico nell’alveo di una logica più ampia di tipo solidaristico, capace di anteporre alla ricerca pura e semplice del profitto, lo sviluppo e la dignità della persona umana. Sempre in un’ottica, è bene chiarirlo, ultraterrena. E’ perciò chiaro che il pensiero sociale della Chiesa Cattolica si muove (e si è mosso) nell’ambito di una visione morale e non politica della (nuova) questione sociale. Di qui nascono i suoi meriti e limiti. I meriti consistono nel porre il problema economico solo nei termini di una riforma religiosa e morale della persona e della società. La Chiesa Cattolica parla alle coscienze. E spera che l’uomo attuale, invischiato in un sistema economico che poco si occupa di coscienze, riesca da autoriformarsi spiritualmente, percependo di essere sulla strada sbagliata. I limiti, curiosamente, consistono proprio in questo affrontare il problema economico da un punto di vista così elevato. Di qui le diverse interpretazioni storiche del pensiero sociale cattolico (dal corporativismo al comunismo cristiano). Spesso respinte dalla stessa Chiesa, costretta ogni volta a fornire l’interpretazione autentica della sua dottrina sociale. E di qui altre interpretazioni di “interpretazioni”, e così via… Del resto non è possibile – né sarà mai possibile – chiedere esplicitamente alla Chiesa Cattolica di assumere posizioni economicamente dettagliate, o di mettersi direttamente a capo di un movimento di riforma politico-economica del mondo. La Chiesa parla alle coscienze cristiane e, come sa bene ogni vero cattolico, non è suo compito occuparsi di concreta modellistica economica. La Chiesa parla al mondo senza essere del mondo (o comunque – e questo valga per i non credenti – almeno tenta di non essere del mondo…). Di qui però, come abbiamo già notato, quel sovrapporsi e mescolarsi di interpretazioni spesso parziali e ideologicamente eterogenee. La Chiesa Cattolica resta la Chiesa Cattolica. E non un centro di studi e di ricerche economiche applicate… Tutto qui.

 


Benedetto XVI ai vescovi latinoamericani “Falliti Marx e capitalismo, serve Gesù”


Da più di cinque secoli il cristianesimo, integrandosi con le etnie indigene, ha creato in America latina “una grande sintonia pur nella diversità di culture e lingue”. E oggi, anche se “l’identità cattolica” del continente è minacciata, il cristianesimo resta decisivo per la dignità e lo sviluppo integrale di uomini e donne. E questo tanto più davanti al fallimento di marxismo e capitalismo, con la loro promessa di creare strutture sociali “giuste” che avrebbero automaticamente “promosso la moralità comune”. E’ il messaggio di Benedetto XVI ai vescovi latino-americani, riuniti nel santuario di Aparecida per la loro quinta Conferenza generale. Il Papa dichiara la “continuità” tra questa e le precedenti riunioni, parla di situazione cambiata in questi anni, a causa dei risvolti negativi della globalizzazione, e denuncia il “rischio” che i grandi monopoli trasformino “il lucro in valore supremo”. Rilegittima inoltre la “opzione preferenziale per i poveri”, cara alla Teologia della liberazione, dichiarandola “implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi”. Davanti a 266 vescovi – 162 membri effettivi, 81 invitati, 8 osservatori e 15 periti – che da domani e fino al 31 maggio si interrogheranno su come costruire il futuro della Chiesa, insidiata da secolarizzazione e sette, nel più grande continente cattolico del mondo – Benedetto XVI si pone in una prospettiva diversa rispetto a Giovanni Paolo II, che parlò di luci e ombre dell’introduzione del cristianesimo in America latina, riconoscendo che alcuni cristiani portarono la fede, ma anche forme di crudele colonizzazione. Il cristianesimo, sottolinea invece il papa teologo, si è integrato nelle etnie, ha creato unità e non è estraneo a nessuna cultura e persona.
Non hanno dunque senso certe tendenze indigeniste: “L’utopia di tornare a dare vita alle religioni precolombiane, separandole da Cristo e dalla Chiesa universale, non sarebbe un progresso, bensì un regresso, una involuzione”. Il cristianesimo sa invece affermare che “i popoli latino-americani e dei Caraibi hanno diritto a una vita piena”, “con alcune condizioni più umane”, senza “fame e ogni forma di violenza”. Benedetto XVI spiega inoltre che “la Chiesa non fa proselitismo. Si sviluppa per attrazione”: probabilmente, un modo per sottolineare in maniera indiretta le differenze, rispetto alle sette pentecostali molto presenti in America Latina. E con la presenza ad Aparecida, il viaggio in Brasile del Pontefice volge alla fine. Nella notte italiana, è previsto il volo di ritorno, verso il Vaticano.

Legge Proporzionale

(A cura del Sen. Giulio Andreotti, pubblicato in: La Discussione del 21/03/2007)

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