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In Umbria da sessanta anni c’è un regime

(Di Pierangelo Maurizio, Il Giornale 26/10/2006)

Sessanta anni di regime in Umbria

Il vescovo: «In Umbria da 60 anni c’è un regime»
Per la prima volta la guida della diocesi di Perugia denuncia il sistema di potere della sinistra: «Fra i cattolici ha determinato stanchezza».

«In Umbria da 60 anni è in vigore un regime»: parola di vescovo, anzi dell’arcivescovo di Perugia, monsignore Giuseppe Chiaretti. Senza perifrasi l’arcivescovo ha bollato così il sistema di potere in una delle regioni rosse, da sempre in mano al Pci-Pds-Ds e che controlla ogni centro nevralgico della vita istituzionale, economica, sociale. Parole che hanno avuto l’effetto di un terremoto. Primo, perché a pronunciarle è monsignore Chiaretti, conosciuto come un uomo mite e lontano anni luce da anni da ogni spirito di crociata. Secondo, perché sono contenute in un’intervista, raccolta da Lorenzo Fazzini e pubblicata sul sito ufficiale della curia (www.chiesainumbria.it), nell’ambito di una riflessione sulla ricaduta dei cinque giorni di convegno ecclesiale di Verona nella realtà umbra.Questa è la frase che ha assunto il tono di una bocciatura storica: «In Umbria – afferma monsignor Chiaretti – siamo da 60 anni in una certa difficoltà: c’è in giro, anche tra i cattolici, una stanchezza determinata da questi decenni di “regime” che ha fatto sorgere una disaffezione verso la politica: c’è invece l’urgenza di un ritorno all’interessamento di un nuovo impegno». Bocciatura del «regime» ma anche richiamo all’impegno dei cattolici.La principale conseguenza delle giornate veronesi, secondo il prelato, anche in Umbria è «la consapevolezza che noi cristiani non siamo cittadini di serie B, che abbiamo duemila anni di storia e per questo non possiamo essere trattati da imbroglioni, come qualcuno vuol farci passare. Veniamo da lontano» aggiunge monsignor Chiaretti, «abbiamo costruito comunità umane e quindi vogliamo stare nella città con piena cittadinanza: nessuno deve metterci il bavaglio. Abbiamo dimostrato già in passato di essere persone che sanno stare nella democrazia».Seppure tra virgolette secondo la Chiesa quello che governa la regione è dunque un «regime». Non è la prima volta che i termini «regime», «dittatura della maggioranza» vengono usati per l’Umbria. Di regime aveva parlato uno dei politologi più attenti, Ernesto Galli della Loggia. Meglio di tutti forse lo ha spiegato un vecchio Dc come Luciano Radi: «In Umbria il Pci ha costruito un sistema atipico, che salva le forme democratiche ma impedisce ogni alternanza».Ma certamente mai un giudizio simile era arrivato da una fonte tanto autorevole. E per di più cade in un momento in cui proprio quel sistema di potere mostra vistose crepe: dalle inchieste giudiziarie che non si sa bene che fine facciano, da quella sulla ricostruzione del dopo-terremoto al «caso Giombini», il costruttore delle Coop arrestato per fatture false e costituzione di fondi neri, al «buco» apertosi improvvisamente nei conti del Comune di Perugia e che ha portato l’opposizione a occupare per una settimana l’aula consigliare.Le reazioni del mondo politico naturalmente non si sono fatte attendere. Maria Rita Lorenzetti, presidente Ds della Regione, ha reagito a modo suo. A testa bassa. «Un giudizio eccessivo» ha rispedito al mittente le parole dell’arcivescovo: «Io vedo un’altra regione, che tutti conoscono per la sua accoglienza». Più rispettoso invece il commento di Giampiero Bocci, deputato dell’Ulivo e capo indiscusso della Margherita in Umbria: «Prendiamo atto delle parole di monsignore Chiaretti» ha detto, «e restiamo in ascolto». Un altro segno delle divisioni e delle crepe apertesi nel sistema di potere del centrosinistra in Umbria.
(Di Maria Rita Valli: LA VOCE 26/10/2006)

L’obiettivo non era di aprire un dibattito politico. Semmai il discorso era rivolto al laicato cattolico umbro, che, a giudizio del Vescovo, appare un po’ stanco e demotivato

Mons. Chiaretti: cosa intendo per “regime”


“In Umbria siamo da 60 anni in una certa difficoltà: c’è in giro, anche tra i cattolici, una stanchezza determinata da questi decenni di ‘regime’ che ha fatto sorgere una disaffezione verso la politica: c’è invece l’urgenza di un ritorno all’interessamento di un nuovo impegno”. È questo il passaggio dell’intervista in cui l’arcivescovo di Perugia – Città della Pieve, mons. Giuseppe Chiaretti, ha parlato di “regime” provocando le reazioni del mondo politico regionale. L’intervista raccolta da Lorenzo Fazzini al Convegno di Verona, pubblicata martedì sul sito web della Conferenza episcopale umbra (www.chiesainumbria.it) e rilanciata dall’Ansa regionale, è stata ripresa dai quotidiani locali che gli hanno affiancato le opinioni della maggioranza, il centrosinistra, al governo dei maggiori Comuni umbri fin alle prime elezioni del dopoguerra e della Regione fin dalla sua istituzione. Un gran polverone che mons. Chiaretti non si aspettava, anche per il contesto in cui è nata l’intervista: una valutazione del Convegno ecclesiale nazionale ed in particolare una risposta sulle “priorità fondamentali per la situazione umbra” riguardo al tema della cittadinanza. Chiaretti ci tiene a precisarlo, spiegando che quella parola “regime” l’ha voluta tra virgolette perché “va intesa in senso ampio e culturale” e soprattutto perché non l’ha inventata lui. “Se ne è discusso anni fa in un dibattito tra Ernesto Galli della Loggia e il deputato Ds Alberto Stramaccioni, raccolto in un libro intitolato Rossi per sempre, e in altre riviste se ne parla. “Ma allora si può parlare di regime in Umbria?”. La domanda del giornalista del “Messaggero” Sandro Petrollini apriva nel 2003 un dibattito tra il politologo Ernesto Galli della Loggia e il deputato e già segretario dei Ds dell’Umbria, Alberto Stramaccioni. Il dibattito fu raccolto in un volume dal titolo “Rossi per sempre”, sulla cui copertina compare la sagoma della regione tutta in rosso. “Penso di sì” era la risposta di Galli della Loggia, che nel dibattito più volte lo ribadisce specificandone il senso. “Non credo sia giusto usare il termine regime per Berlusconi a livello nazionale, figuriamoci per la nostra regione” rispondeva Stramaccioni, che indicava in altri soggetti quali imprenditori, università, banche, classe dirigente politico-amministrativa, i veri centri interessati a “mantenere il regime”. A questo dibattito e ad altri interventi che in questi anni sono seguiti si è riferito l’arcivescovo Chiaretti. Io – spiega Chiaretti – non ho fatto altro che riprendere quelle analisi”. E sono analisi che descrivono una regione che non ha mai conosciuto l’alternativa al governo di sinistra, sempre premiato dagli elettori. Certo, l’obiettivo di mons. Chiaretti non era quello di aprire un dibattito politico di critica alle istituzioni locali, semmai il discorso era rivolto al laicato cattolico umbro che a giudizio del Vescovo “è stanco e disinteressato” tanto da ritenere “urgente una riflessione sui temi della dottrina sociale della Chiesa”. La stanchezza e la demotivazione del laicato cattolico sono causate, a giudizio di mons. Chiaretti, anche da questa situazione di “regime”, cioè di “persistenza del potere”. Non c’è più “l’abitudine al dibattito, né la voglia di impegnarsi, perché sembra che nulla possa cambiare”. Forse, aggiunge il Vescovo, è anche vero che “se la gente non dice niente vuol dire che le va tutto bene, ma certo è che in questo contesto i valori cristiani non possono affiorare compiutamente, perché non c’è chi li porta avanti” e i vescovi si trovano a fare opera di supplenza di un laicato cattolico assente dalla scena culturale, politica, mediatica, della regione. Con le istituzioni locali il rapporto è improntato al massimo rispetto, commenta Chiaretti ricordando anche le collaborazioni realizzate in settori come i beni culturali o la ricostruzione post terremoto, la fondazione contro l’usura o l’osservatorio delle povertà o la più recente legge sugli oratori. Lo stesso rispetto che lo ha animato quando è intervenuto, anche duramente, su leggi e delibere che chiamavano in gioco valori irrinunciabili, come nel dibattito sul valore della famiglia nello statuto regionale, o sulla pillola Ru486 che l’assessorato alla sanità voleva introdurre. Il dibattito ora, comunque, è aperto e l’Arcivescovo a questo punto si augura che possa essere positivo per tutta la società umbra.

Sindacato e politica

(Pubblicato in :La Discussione, 21/11/2006)

Alcuni giorni fa, partecipando ad una riunione di dirigenti del mio sindacato, la CISL, ho ascoltato lo sconforto di questi uomini e donne che operano confrontandosi con un contesto politico che ormai quasi li ignora. I dirigenti della CISL Funzione Pubblica chiamano “il Podestà”, i sindaci e i presidenti di provincia, e identificano la causa di questa situazione di degrado delle relazioni prevalentemente nel sistema elettorale, che porta in Parlamento e alla guida degli enti locali non esponenti di partito, ma rappresentanti di se stessi, la somma di tanti piccoli personalismi che non fanno nemmeno l’ombra di un interesse generale. E’ l’antiporta del lobbismo.
Questi uomini, a volte responsabili del passaggio al maggioritario post tangentopoli, un tempo fautori della Seconda Repubblica, oggi si sentono traditi da quella brezza di cambiamento, trasformata in bufera, che hanno contribuito a far montare sulla scia del golpe bianco di Tangentopoli. Oggi, consapevoli di essere meno liberi e meno forti, non trovano più nella politica un punto di riferimento e sono pronti per un’altra battaglia sturziana per la reintroduzione del sistema elettorale proporzionale, certamente corretto da meccanismi che ne perfezionino il funzionamento.
Sicuramente in questa battaglia per il ritorno alla vera democrazia rappresentativa non riceveranno un appoggio dalla nuova borghesia capitalistica italiana e dai nuovi principi furbetti della politica che, parafrasando Don Sturzo “ … una sola preoccupazione hanno, che il popolo lavoratore non ritorni libero e organizzato”, a questo fine hanno favorito il passaggio alla Seconda Repubblica, lo hanno sostenuto nel suo sviluppo e nelle sue crisi, lo tollerano nel suo declino e ne subiranno le conseguenze, tutto pur di non dividere il potere. Prendendo in prestito una bella frase di Bruno Vespa, ormai milioni di persone suonano e cantano pur sapendo che non diventeranno mai direttori d’orchestra, a dispetto di qualunque Fabbrica del Programma, che poi non è altro che il solito modo di ascoltare i dolori di tutti e farli tutti fessi e contentati.
Mentre si consuma questa disfatta della rappresentatività popolare il paese corre veloce e deciso verso la recessione, guidato dalle avanguardie dei settori di punta, che se non perdono competitività sono comunque sull’orlo del fallimento, succede anche ad alcuni tra i nostri marchi più visibili, come Alitalia e alla società che un tempo fu Ferrovie dello Stato.
Nel frattempo i padroni della politica, ormai liberi dai lacci dell’ideologia, ma privi anche delle fondamentali direttrici filosofiche che ad essa si accompagnano, praticano il consociativismo e il saltimbanchismo, sabotando il paese con finanziarie una volta creative e una volta incerte e privi di fondamentali strumenti operativi. In questo quadretto che difficilmente può indurre all’ottimismo i cittadini, figuriamoci gli investitori, quella scheggia della vecchia Democrazia Cristiana che oggi si chiama UDC, anche se è percepita da molta parte dell’universo CISL come punto di riferimento e come possibile ombrello di protezione, continua a perseguire l’insensato fine del suicidio politico, perpetrando quella che ormai dal 1992 è diventata una sorta di tradizione.
Nella mia provincia di Terni la Direzione Nazionale dell’UDC sta addirittura tentando di imporre l’ingresso nel partito di un fuoriuscito, consigliere regionale, di Forza Italia, con l’intento di consegnare nelle sue mani l’intera provincia, una sorta di investitura di stampo medievale effettuata sopra la testa dei vassalli del popolino. Mi chiedo quanto tempo debba ancora passare prima che i democratici cristiani, stufi di essere trattati come stallieri dai baroni della politica di ispirazione cattolica, esplodano orgogliosamente in una richiesta, questa si di piazza, di ricostituzione di una grande DC o di un Partito Popolare Sezione Italia.

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Finanziaria da stregoni

(Pubblicato in: La Discussione, 20/10/2006)

La classica lanterna in mano ai cecati, di napoletana memoria, così sembra essere usato lo strumento della legge finanziaria 2007, attorno alla quale il Governo celebra un tragico sabba, nel vano tentativo di esorcizzare lo spirito dello sviluppo economico. Tuttavia i ministri stregoni, guidati da un mago economista, non azzeccando la formula giusta, continuano a blaterare mentre la pozione scuoce e l’economia italiana velocemente langue. Mi provoca una sensazione di disagio e di insicurezza sentire pronunciare in continuazione dal Presidente del Consiglio dei Ministri, nonché docente di economia, lamentele sull’enorme debito pubblico accumulato soprattutto durante la vituperata Prima Repubblica. Egli semmai sarebbe tenuto a spiegarci che il debito può essere fattore di arricchimento e che non esiste per definizione un ammontare di debito, pubblico o privato, che si possa ritenere critico, esiste semmai una misura di sostenibilità del rimborso , e quest’ultima dipende dalla capacità di un sistema di generare liquidità corrente, sviluppo e crescita economica. Questi tre obbiettivi intermedi di programmazione economica si perseguono principalmente puntando a livelli elevatissimi di standard di qualità, ricerca scientifica ed applicazione della innovazione. Elevatissima specializzazione ed innovazione si impongono in Italia e nell’area euro a causa della competizione mondiale aperta dell’avvento della cosiddetta globalizzazione, cioè dell’adesione al WTO di un numero crescente di nazioni. I paesi più esposti al rischio recessione sono quelli più presenti nei settori maturi, come tessile, abbigliamento, meccanica e automobilistico. Questi hanno subito una fortissima caduta dei prezzi di taluni prodotti realizzati a basso costo nell’area asiatica. Si impone quindi l’obbligo di sviluppare politiche europee che favoriscano l’investimento nei settori tecnologicamente avanzati.


Purtroppo nel testo della manovra finanziaria 2007, sotto la voce “misure di sviluppo”, troviamo solo un pensierino, nemmeno degno di un modesto contabile di provincia, come la riduzione del cuneo fiscale, ovvero la riduzione del costo del lavoro a carico delle imprese, cioè la riduzione anche e soprattutto dei contributi previdenziali, che apporterà elementi di deterioramento alle rendite da pensione di qualche prossima generazione. Il disegno di manovra finanziaria presentato dal centrosinistra contiene inoltre fortissimi elementi di neoliberismo, in alcuni passaggi sembra scopiazzato dai precedenti governi della Casa delle Libertà, magari peggiorato un po’ qua, un po’ là, nella straordinaria ossessione di personalizzare una sfacciata lista di adempimenti verso alcune lobbie, tradisce una scarsissima attenzione alle stringenti necessità della persona e una forte compromissione della situazione delle future generazioni.
Sembrano ormai incagliati sullo scoglio del rigore e dei vincoli ragionieristici sui bilanci pubblici. Ma se è pur vero che questi ultimi sono elementi dello sviluppo, si ricordino i signori del Governo che senza sviluppo vero non ci sarà rigore finanziario in grado di risollevare l’Italia, né sarà possibile fare riforme strutturali, non è tirando gli altri verso il basso che si diventa più alti, non è con gli espropri di reti televisive che si realizza più pluralismo, tutto questo si può fare solo con la crescita complessiva di un sistema.
Un Governo responsabile che avesse veramente a cuore lo sviluppo dell’intero asse economico nazionale, e non solo quello degli amici portatori di interessi particolari, punterebbe sullo strumento di più immediata efficacia, al fine di far ripartire il PIL italiano ed europeo, il riequilibrio del cambio euro/dollaro, ovviamente da perseguirsi in sede di Commissione Europea e BCE. L’euro è passato da un rapporto con un dollaro di 0.80 a inizio 2002 a 1.30 a inizio 2005, con una rivalutazione di oltre il 50%, ponendosi come elemento di rallentamento della crescita in Europa. Il professore di economia Prodi potrebbe dirci che se la BCE, opportunamente stimolata da chi governa i singoli paesi UE, riducesse i tassi di interesse, progressivamente, dello 0,25 per ciascuno dei prossimi 4 anni, si genererebbe un ritorno alla parità dell’euro con il dollaro, una crescita complessiva del PIL di oltre il 6% e un rapporto deficit/PIL inferiore all’1%.


Ignorando questa possibilità di manovra sarà pressoché impossibile riportare il rapporto deficit/PIL sotto il 3%. Eppure questo consesso di miopi perseverano a puntare sugli strumenti sbagliati come il taglio del deficit, che da solo frena ulteriormente la crescita e compromette ulteriormente l’equilibrio finanziario. Per non parlare poi di misure che rappresentano vere e proprie mine vaganti, come l’introduzione di due livelli, salati, di ticket sul pronto soccorso ospedaliero, elemento che penalizza fortemente il principio, etico ed economico, della prevenzione nella sanità pubblica.
Ci troviamo al cospetto di un disegno di finanziaria sostanzialmente poco originale, inefficace e dalla vista cortissima, con un numero troppo esiguo di punti di forza. In realtà i modesti sgravi fiscali prospettati ai lavoratori dipendenti saranno più che assorbiti da un variegato catalogo di balzelli, mentre i livelli occupazionali e il sistema produttivo italiani saranno sempre più esposti alla fortissima concorrenza dei mercati emergenti. Intanto anche gli industriali amici del Professore vanno a produrre scarpe i Cina a 10 euro per rivenderle in Europa a 100, o più.

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