(Edoardo Mazzocchi, © 2010)

A poco meno di un anno dalla scomparsa del Presidente del nostro centro studi pubblichiamo la prima parte di un suo approfondimento relativo a una vicenda giudiziaria ed economica estremamente discussa e dubbia, il famigerato fallimento di Federconsorzi.

Cari amici, mi chiedete insistentemente di mettere mano su una vicenda dolorosa non solo per me, ma per l’intero mondo agricolo italiano e, se vogliamo, per l’Italia stessa” (E. Mazzocchi).

Federconsorzi era un sistema di imprese che, ramificato in tutto il territorio Italiano, svolgeva la doppia funzione di fornitore di mezzi tecnici di ogni tipo, dalle macchine alle sementi, dagli anticrittogamici ai concimi, e di azienda di trasformazione e di commercializzazione, sia di prodotti trasformati che di prodotti e materie grezze, così come dettato dal suo statuto, come dalla sua storia. Essa trae le sue origini dai “comizi agrari”, che tra l’anno 1850 e i decenni successivi sorsero in tutto il territorio nazionale, quello di Terni, per iniziativa di un nobile illuminato come il conte Paolano Manassei, fu fondato nell’anno 1852[1]. Erano delle strutture associative, somiglianti in parte alle nascenti forme cooperative, che dall’anno 1836 su spinta dei probi pionieri di Rochsdale stavano maturando la loro esperienza sopratutto nei paesi anglosassoni e poi in Francia[2].

I comizi agrari, poi trasformati in consorzi agrari, anche allora distribuiti sul territorio, avevano dimensioni varie non essendo legati da nessun confine territoriale né per operatività, né per base associata, avevano per scopo, come recita lo statuto ai primi articoli: “la formazione degli agricoltori perché acquisissero le migliori ed innovative tecniche agricole, come le più recenti innovazioni per il settore, l’acquisizione dei più moderni mezzi tecnici e meccanici, la fornitura a prezzi competitivi dei concimi e delle sementi, la commercializzazione a prezzi remunerativi dei prodotti della terra, come la ricerca di sempre nuovi mercati”. Basti pensare, per esempio, che la allora famosa e forse unica pesca di Papigno nel 1888, per mano proprio della struttura Ternana, era arrivata sulla mensa dello Zar di Russia, ed era il frutto preferito da tutta la nobile famiglia. Oggi, data la forte industrializzazione di quell’area, di quella specie non rimane che il fievole ricordo. 

Riguardo al posizionamento sul territorio, il Ternano vide costituire oltre al Comizio Agrario di Terni, quello di Amelia e quello di Orvieto. In seguito nacque l’esigenza di accorpamenti e di organizzarsi in rete nazionale, cosi alcuni di loro incominciarono ad attivare quella che oggi si sarebbe chiamata fusione, trasformandosi in consorzi, e nel 1892 in quel di Piacenza sorse la Federazione Italiana Consorzi Agrari, diventando in poco tempo la rete di servizi all’agricoltura più articolata e più potente operante sul territorio nazionale.

Nei decenni successivi, in mezzo alla crisi generale e di settore, dovuta ai rivolgimenti in atto ed alle problematiche economiche aggravate dalle enormi spese sostenute dallo Stato per le guerre coloniali, Federconsorzi ed i consorzi, che andavano consolidando la loro presenza e quindi la loro operatività su tutto il territorio nazionale, in modo particolare nelle regioni del sud, furono lo strumento che consentì all’agricoltura non solo di sopravvivere ma di fornire al mercato nazionale derrate alimentari a sufficienza, di inserire nel mercato produzioni come lino, canapa, seta e cotone nelle regioni del sud Italia, materie che molto necessitavano alla nostra industria tessile. Nel contempo si costituì la Banca Nazionale dell’Agricoltura, che costituì un’importante strumento finanziario, nel contempo con l’ingresso nell’azionariato di primarie compagnie di assicurazione si costituì il primo strumento assicurativo in capo agli agricoltori. Ulteriori passi in avanti furono fatti con l’incremento della produzione di tabacco, soprattutto tabacco da sigari, i primi passi in collaborazione con il mondo universitario per la razionalizzazione della viticoltura e della frutticoltura, la costruzione delle prime strutture industriali di trasformazione dei prodotti agricoli collegate alla produzione.

Gli anni della grande guerra inseriscono il gruppo Federconsorzi tra i principali fornitori di derrate per l’esercito italiano.

Con l’avvento del fascismo iniziano i primi guai per Federconsorzi e per i consorzi agrari. Nel 1923, non essendo il mondo Federconsorzi allineato con il nuovo regime, fu commissariato tutto il sistema, e non solo, la Banca Nazionale dell’Agricoltura, che era diventata un gioiello ed era l’unico strumento finanziario di tutto il sistema, fu espropriata e regalata alla famiglia dei conti Auletta Armenise, probabilmente per i servigi resi al fascismo, che se la sono tenuta fino a metà degli anni novanta, epoca in cui è stata ceduta alla banca Antonveneta facendo incassare alla famiglia la modica cifra di 2.700 miliardi di Lire.

C’è comunque da dire che nel ventennio, pur essendo sotto commissariamento, tutta la rete ebbe uno sviluppo importante, servì l’agricoltura per i vari progetti di riforma, nel Lazio ed in Campania, nell’area del Foggiano, in Calabria, azioni di riforma fondiaria che furono potenziate anche dopo l’ultima guerra con la Federconsorzi sempre protagonista. Federconsorzi potenziò tutta la rete delle agenzie, costruì ulteriori strutture di trasformazione, enopoli, oleifici, conservifici, impianti di trasformazione per cereali, molini e mangimifici, rendendo la rete sempre più capillare e legata alle produzioni dei territori. Svolse con estrema solerzia il ruolo di ente annonario del Governo.

Nel 1946, fino al 1948, con l’avvio del governo formato da tutte le forze del CLN, fu il ministro dell’agricoltura, il comunista On. Gullo a guidare Federconsorzi.

Dopo il 18 aprile 1948, all’indomani della sfolgorante vittoria della DC di De Gasperi, la guida venne affidata a Paolo Bonomi, fondatore e presidente della Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti.

La sua presenza come commissario durò pochi mesi, raccolse le OO PP Agricole di ispirazione liberale e cattolica, fece un aumento di capitale di 60 milioni di lire, e costituì l’assemblea dei soci la quale elesse il primo consiglio di amministrazione dopo ben 25 anni di ininterrotto commissariamento eleggendo Paolo Bonomi alla presidenza, un riconoscimento al personaggio che aveva eretto la diga anticomunista dalle campagne con la sua creatura, la neonata Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti che in pochissimo tempo aveva costituito una rete capillare nelle campagne italiane, atta a mobilitare le coscienze anche negli angoli più reconditi del nostro paese. Da qui l’appellativo della diga anticomunista Bonomiana.

Negli anni della ricostruzione, attraverso la rete federconsortile, e grazie ad una presenza politica organizzata dallo stesso Bonomi con la sua militanza nella DC, aveva portato in Parlamento un forza di oltre cento, tra deputati e senatori, rendendo possibile l’avviamento di grandi piani di intervento per rendere l’agricoltura italiana adeguata i tempi.

Un altro grande personaggio che insieme a Paolo Bonomi fu protagonista di questa nuova stagione fu il rag. Leonida Mizzi, napoletano di nascita, classe 1894, tutta la sua vita lavorativa in Federconsorzi, nominato direttore generale nel 1937, passato indenne alla caduta del fascismo, operò per due anni con il comunista Gullo, fu direttore generale fino al 1980, quindi sopravvivendo 20 lunghi anni dopo la strumentale estromissione di Paolo Bonomi.

Furono potenziati i vari centri di ricerca per l’agricoltura, in collaborazione con università e organismi statali, nel campo della genetica e delle sementi, nel campo delle frutticoltura e della zootecnia. Nello stesso tempo la Federconsorzi dovette svolgere, data la sua capillare diffusione delle strutture ricettive, la funzione di ammasso delle derrate su mandato del Governo, funzione che la portò ad avere in pochi anni un credito dallo stesso governo di 2.000 miliardi, credito che veniva ad aumentare nel tempo senza essere pagato.

Nacque a quel tempo Feder-export, una struttura completamente dedicata alla esportazione nel mondo di tanti e tanti marchi dell’agroalimentare italiano che nel tempo sono diventati famosi.

Nello stesso tempo la Federconsorzi potenziò la sua struttura assicurativa, il FATA, Fondo Assicurativo Tra Agricoltori, rientrò in partecipazione in Banca Nazionale dell’Agricoltura, entrò in partecipazione in Banca Nazionale del Lavoro, rinsaldò i suoi rapporti con il mondo cooperativo di matrice cattolica, la Confcooperative, sviluppando partnership strategiche molto importanti, sia nel campo della raccolta e trasformazione che in quello della commercializzazione, come nel campo della fornitura dei mezzi tecnici, sementi, concimi, mangimi, anticrittogamici e macchinari. E arriviamo così all’inizio degli anni sessanta dove, per questioni meramente politiche, Paolo Bonomi venne accusato dalle sinistre di volersi appropriare indebitamente di 2.000 miliardi dello stato Italiano(i famosi miliardi degli ammassi). L’antefatto era che Bonomi, memore delle guerre parlamentari condotte dalle sinistre contro tutte le azioni riformatrici che la stessa portava avanti nei confronti del mondo agricolo, non ultime la cassa mutua malattie e la pensione ai coltivatori diretti, si opponeva alla costituzione del primo centro sinistra, minacciando, qualora si fosse realizzato, la scissione dalla DC, con la realizzazione di una nuova formazione politica, formazione che poteva contare sulla forza di oltre 100 parlamentari. La reazione sia di una parte della DC che dei socialisti, spalleggiati per l’occasione dai comunisti, fu brutale e senza tregua fino a quando Paolo Bonomi fu costretto a dimettersi da presidente con l’avvio di un periodo complicato sia per Federconsorzi che per la stessa Coltivatori Diretti, la scissione naturalmente non ci fu, il partito autonomo abortì sul nascere, non sappiamo se fu un bene o un male, i famosi 2.000 miliardi continuarono a non essere erogati dallo Stato, e comunque la Federconsorzi ebbe modo di continuare la sua missione fino al terribile 17 maggio del 1991.

[1] Cfr., L’Umbria Agricola giornale di economia rurale e delle industrie campestri, Organo ufficiale dei Comizi, delle Società agrarie e della Federazione Agraria dell’Umbria, anno X, n. 5, Perugia, 1892.

[2] Cfr., George Jacob Holyoake; Alberto Basevi, La storia dei probi pionieri di Rochdale, in La Rivista della Cooperazione, Roma, 1953.