(Massimo Torre, 2018 ©)

In sintesi, la popolazione italiana di origine italiana diminuisce costantemente, e la rappresentanza parlamentare della forza lavoro viene oggettivamente marginalizzata; questo non è un trama di destra o di sinistra, ma una riflessione sul perno della democrazia e dell’esclusivo interesse nazionale, che certo non può coincidere con il continuativo e perdurante aumento della presenza straniera in Italia di forza lavoro straniera.

Gli articoli 56 e 57 della Costituzione italiana limitano a 12 deputati e 6 senatori il numero di rappresentanti parlamentari eleggibili dalla circoscrizione estero. Precisamente, l’articolo 56 stabilisce che “Il numero dei deputati è di seicentotrenta, dodici dei quali eletti nella circoscrizione estero. … La ripartizione dei seggi fra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall’ultimo censimento generale della popolazione, per seicentodiciotto e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione”.

Per fare un rapido confronto, la circoscrizione Liguria, una regione con 1,5 milioni di abitanti, elegge 16 deputati, mentre la circoscrizione estero, la cui popolazione è costantemente cresciuta passando da 2,5 milioni nel 2001 a 4,9 milioni nel 2017, elegge sempre e solo 12 deputati. In sintesi, il voto di tutti i giovani italiani di origine italiana che, anche costretti dalla mancanza di opportunità in Italia, si sono recati all’estero, conta decisamente meno del voto di chi è rimasto in patria. In termini assoluti, il voto di un italiano di origine italiana residente all’estero, conta meno del voto di uno straniero che ha acquisito la cittadinanza italiana e che risiede in Italia.

L’articolo 21 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, afferma che “La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del Governo” e che “tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale”. Sembra dunque che si possa affermare che gli articoli 56 e 57 della costituzione contraddicono il principio espresso dall’articolo 21 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, poiché, sancendo un limite prestabilito al numero di deputati eleggibili dalla circoscrizione estero, rendono il voto di quei cittadini italiani diseguale rispetto al voto dei cittadini italiani residenti nel territorio nazionale, marginalizzandone il significato elettorale.

Non sarebbe del tutto indifferente notare che (se ben ricordo), la riforma costituzionale del Governo Renzi, non proponeva affatto la modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione. Nello stesso arco di tempo considerato, ovvero dal 2001, è enormemente aumentato il numero di stranieri residenti in Italia, che sono oggi oltre cinque milioni di persone.

Se si aggiunge a questa breve analisi il progressivo diffondersi della precarietà del lavoro – di fatto una forma indiretta di induzione all’emigrazione e di riduzione delle nascite – ed il dato diffuso recentemente dai telegiornali, ovvero la presenza in Italia di cinque milioni di poveri, sembra che si possa scorgere se non una intenzione o un gigantesco meccanismo, sicuramente una risultante di fattori ed azioni politico-legislative concomitanti che hanno generato una marginalizzazione della rappresentanza politica della forza lavoro. Certamente molti dei cinque milioni di stranieri in Italia lavorano ma non partecipano al voto. I cinque milioni di italiani (di origine italiana) all’estero lavorano, ma non votano nel paese di residenza fintanto che non hanno ottenuto la cittadinanza ed il loro voto alle elezioni politiche italiane viene conteggiato in modo diseguale.

In sintesi, la popolazione italiana di origine italiana diminuisce costantemente, e la rappresentanza parlamentare della forza lavoro viene oggettivamente marginalizzata; questo non è un trama di destra o di sinistra, ma una riflessione sul perno della democrazia e dell’esclusivo interesse nazionale, che certo non può coincidere con il continuativo e perdurante aumento della presenza straniera in Italia di forza lavoro straniera. Il lavoro è in Italia, in definitiva, unica vera garanzia di sussistenza e sopravvivenza per gli italiani; in linea di principio in un paese con cinque milioni di poveri la concessione di milioni di permessi di soggiorno ha significato precludere il lavoro ad italiani di origine italiana, e non può essere considerata una scelta politica che difenda l’esclusivo interesse nazionale.

Probabilmente, molti stranieri non hanno nessun interesse a rimanere in Italia a lungo termine e hanno in programma di ritornare nella loro patria di origine, nel frattempo occupano però posti di lavoro che potrebbero essere attribuiti ad italiani disoccupati o in povertà. Parimenti, le politiche che, discriminando in base all’età, propongono di avvantaggiare l’assunzione di giovani, costituiscono un pericolo per i cittadini italiani di origine italiana che non vengono più considerati giovani. È socialmente utile assumere prioritariamente italiani di origine italiana; milioni di noi sono all’estero mentre le famiglie sono in Italia; certamente, moltissimi vorrebbero poter tornare, e la condizione per tornare è il lavoro; assurdo auspicare agevolazioni che discriminino in base all’età, e quindi, indirettamente, discriminino italiani di origine italiana, contribuendo in parte ad una progressiva sostituzione etnica.

La posta in gioco di questo enorme fenomeno di agevolazione di ingresso di stranieri, parrebbe essere la creazione di una forza lavoro priva di diritto di voto, il prezzo, la disoccupazione o l’emigrazione di italiani di origine italiana.