(Mario Margiocco. Da: Il Sole 24ore – 10/01/2010)

 

«E alla fine credo che probabilmente dovremmo abolire il termine Scuola di Chicago». Giudice, giurista ed economista, Richard Posner, 71 anni, autore prolifico, il più citato in assoluto nei testi legal-economici, polemista battagliero con saggi e articoli, è da 40 un protagonista in quel mondo accademico della University of Chicago che Saul Bellow amava descrivere e che si nutre di grandi idee eterne calate nelle grandi idee del momento. E la grande idea del momento, che Posner va proclamando da mesi, è che Keynes ha vinto e la Scuola di Chicago ha perso. Nata e vissuta nelle sue due incarnazioni postbelliche per dimostrare che Keynes sbagliava, deve ora ammainare bandiera. In mezzo c’è naturalmente la grande crisi del 2008 e la fine storica della Wall Street delle banche d’affari, che ne sono state per quasi un secolo e mezzo l’emblema. Washington è la capitale finanziaria, per ora, cioè la mano pubblica. Posner, che della Scuola di Chicago è stato con il suo grande amico Gary Becker, Nobel, e tanti altri, una delle colonne, ne prende atto. Nessun’altra università ha ricevuto così tanti premi, dodici in tutto, dalla Banca centrale svedese che gestisce il Nobel dell’economia creato nel 1968. Quasi tutti andati – da Friedrich Hayek, a Milton Friedman, a George Stigler, a Gary Becker, a Robert Lucas a Myron Scholes e altri – a onorare chi aveva difeso la supremazia del mercato, la sua razionalità e la sua efficienza. Che la Scuola andrebbe chiusa Posner lo ha detto giorni fa intervistato per un’inchiesta del New Yorker che esplora gli umori, mesti, di Chicago. «After the Blowup», dopo l’esplosione, è il titolo. L’esplosione anche dei conti, perché come tante altre università blasonate anche Chicago ha perso circa un terzo dei suoi fondi di dotazione, lasciti, donazioni e investimenti, circa due cioè dei suoi 6 miliardi di patrimonio, per investimenti sbagliati, sui derivati soprattutto (anche Harvard ha perso circa un terzo, e cioè circa 10 miliardi di dollari).

È quasi un anno che Posner sta facendo una marcia a tappe forzate verso il fronte dell’ex nemico. A maggio ha pubblicato un libro, A failure of Capitalism. E a settembre del 2009, per celebrare un anno dal crack, ha raccontato in un articolo sulla New Republic la sua odissea.

In passato la scuola di Chicago scriveva poco su una delle riviste simbolo del liberalismo americano. Abbiamo imparato dal settembre 2008 invece che la attuale generazione degli economisti non ha ben capito come funziona l’economia, continuava Posner. Raccontava di avere trovato invece le pagine di Keynes ben diverse dal giudizio che il suo collega Robert Lucas della Scuola di Chicago (mercati razionali) aveva dato, definendo il libro «un evento ideologico». Vari punti colpivano il professor Posner, che pure si rendeva conto come il libro fosse datato nei suoi riferimenti concreti, ma sempre valido in alcuni giudizi di fondo. Uno in particolare andava al cuore dei disastri del 2008. Là dove Keynes dice che il rischio non può essere mai misurato bene, e che i mercati sono per loro natura instabili.

Ora, se c’era un principio che la Scuola di Chicago, assai più nella stagione recente di Robert Lucas e del suo amico e collega Eugene Fama (dagli anni 80) che non in quella precedente di Friedman e Stigler, aveva costruito diffuso e difeso con successo, era quello della razionalità dei mercati e della misurabilità del rischio. Fino agli algoritmi matematici sulla valutazione dei rischi dei derivati inciampando nei quali Wall Street ha fatto capitombolo.

L’articolo di settembre era praticamente un riassunto della Teoria generale keynesiana. Questa era un testo non privo di «opacità, ingenuità confusioni, errori, esagerazioni», ma pur sempre «un libro che ha molto da dire circa i nostri problemi attuali».

Blogger accanito, in proprio e in tandem con l’amico Gary Becker, Posner osservava in estate che «gli economisti sono stati messi ko da un diretto al mento» e che non c’era la volontà di dare una lettura economica seria di che cosa avesse provocato la crisi. Gli economisti si era erano lasciati andare, «addormentati davanti ai comandi», compresi alcuni dei suoi colleghi di Chicago, ammetteva nei giorni scorsi Posner.

«Non credo che il problema dei mutui subprime possa contaminare l’intero mercato dei mutui», aveva dichiarato Robert Lucas nel settembre 2007. «E non credo che la costruzione di case si fermi e che l’economia degli Stati Uniti possa scivolare nella recessione». Negli ultimi 20 anni la scienza economica aveva imparato infatti che «c’è molta stabilità inserita nel sistema» e questo grazie a due sole misure che erano, e sono per quello che ne rimane, il Sacro Graal della Scuola di Chicago: la riduzione dell’imposizione fiscale, cioè meno stato e più mercato, e una politica monetaria mirata al solo controllo dell’inflazione. Tutto il resto non conta.

In A Failure of Capitalism il professor Posner indica alcuni colleghi, in particolare Lucas, e John Cocrhane, e ricorda come furono del tutto inadeguati nel valutare la portata della crisi dei muti, e molto altro ancora. Eugene Fama, una delle bandiere più alte sui pennoni della Scuola di Chicago, specialista di finanza, risponde con stizza, dice che l’errore è stato del governo e non dei mercati, e che lui non sa nemmeno che cosa siano le bolle. Il mercato di per sé sa quello che fa e i mercati finanziari sono stati la vittima e non la causa della recessione. Lucas non parla. Gary Becker è abbastanza d’accordo con l’amico Posner.

A suo avviso il lungo ciclo della Scuola di Chicago è probabilmente finito, e c’è solo da sperare che una serie di economisti più giovani, nel Dipartimento di economia e soprattutto nella Booth School of Business dove insegnano Raghuram Rajan, Anil Kashyap, Luigi Zingales, Douglas Diamond e altri, possa ripartire. La battaglia per la deregulation avviata da Hayek e Friedman è stata vinta, quella per «una Fed che pensi solo all’inflazione» pure, ma aver deregolato troppo la finanza, dice Posner, ha chiuso il ciclo, e battere l’inflazione non basta. Ora si riparte da Keynes. «Credo quindi che dovremo abolire il termine Scuola di Chicago».

 

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