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TRA DIECI ANNI NON SARÀ RIMASTO NULLA DELL’ITALIA

Deindustrializzazione

Deindustrializzazione

Di Roberto Orsi

…. leader politici italiani e la stampa mainstream hanno martellato la popolazione con messaggi di una ripresa imminente. In effetti, non è impossibile per un’economia che ha perso circa l’8 % del suo PIL avere uno o più trimestri in territorio positivo. Chiamare un (forse) +0,3% di aumento annuo “ripresa” è una distorsione semantica, considerando il disastro economico degli ultimi cinque anni. Più corretto sarebbe parlare di una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione. Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. … Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio del Presidente della Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica , che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano.

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Giulietto Chiesa. I Maggiordomi della grande finanza.

Le privatizzazioni del Governo Letta. Trucchi vecchi per nuovi maghi

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Il Governo Letta si appresta a varare le privatizzazioni di quel che resta di buono delle partecipazioni statali, quindi in tempi di crisi, di bilanci statali in forte passivo, con il rischio di dover ricorrere all’aumento dell’IVA, questo Governo di autentici geni si prepara a vendere il poco che resta degli asset redditizi dello Stato, aggravando ulteriormente per questa via il bilancio pubblico a causa del venir meno di rendite da utili d’esercizio. Il Governo Letta si appresta a mettere sul mercato, oltre a un patrimonio praticamente invendibile in questo momento, fatto di caserme in disuso e altri edifici che non comprerebbe nemmeno un matto, il 4,3% di ENI, il 26% è in mano a Cassa Depositi e Prestiti[1], il 32,2% di Enel, il 30,2% di Finmeccanica, il 14,1% di St Microelectronics, quindi i migliori gioielli di famiglia detentori dei migliori brevetti tecnologici italiani, per una valore stimato di circa 12 miliardi di euro, ovvero una goccia nel mare dello stock di debito pubblico italiano. Ma il piatto più ricco, altra genialata da veri primi della classe, sarà la vendita del 30% di Poste Italiane, che con il solo Bancoposta rappresenta uno dei più importanti istituti di raccolta del risparmio in Europa.

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