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(Come sarà ormai chiaro a chi segue con una certa regolarità gli editoriali del nostro centro studi, la linea ideologica del nostro gruppo di lavoro è certamente di forte criticità nei confronti delle privatizzazioni ad ogni costo, della globalizzazione senza senso, della introduzione di novità che non apportino elementi di miglioramento per la vita delle collettività. Il nostro lavoro, la nostra missione, sono decisamente ispirate dal più radicale pragmatismo. Tuttavia, proprio per l’amore che abbiamo per il libero arbitrio, per la difesa della capacità di scelta, non dobbiamo e non possiamo escludere dalla pubblicazione nel nostro sito web di elementi di riflessione che non sono allineati con il nostro indirizzo. Anche per questo ci pare giusto e dovuto pubblicare le opinioni di chi non la pensa come noi ma affronta l’approfondimento in modi che noi riconosciamo come onesti intellettualmente. Per questo diamo spontaneamente spazio a questo articolo di Giuseppe Pennisi).

“Nei giorni in cui tutti azzardano stime sugli effetti del Quantitative Easing (Q. E.), volgiamo lo sguardo a cosa fare per rendere efficaci le “misure monetarie non convenzionali” varate il 22 gennaio dalla BCE. A mio avviso, il tema più urgente è quello delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Il Q. E. può darci lo spazio di manovra per farlo anche se i suoi effetti saranno inferiori a un tasso di crescita complessivo dell’1,8 % sui prossimi due anni (ossia, mediamente, 0,75% l’anno) come stimato dal Centro Studi Confindustria. La crescita sarà probabilmente – è la media delle proiezioni dei 20 maggiori istituti econometrici internazionali, tutti privati, nessuno italiano – sullo 0,4% nel 2015 e sul 0,6% nel 2016, pur sempre un’inversione di tendenza dopo tre lustri di stagnazione, recessione e deflazione. Le privatizzazioni (e la chiusura di enti inutili) sono particolarmente urgenti sia per contribuire a ridurre lo stock di debito (sarebbe illusorio fare conto, a questo scopo solo o principalmente sul Q.E.) sia per rendere più snello quello che un tempo si chiamava “settore pubblico allargato” sia per contribuire, in tal modo, ad aumentare la produttività dei settori di produzione (da quindici anni rasoterra).”

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