Centro studi politici e sociali F. M. Malfatti

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Walter Tobagi

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Walter Tobagi nacque il 18 marzo 1947 in un paese a pochi chilometri da Spoleto, San Brizio, che lasciò all'età di otto anni per il trasferimento della famiglia a Bresso, vicino Milano, dove il padre veniva chiamato dal suo lavoro di ferroviere. Come spesso accade per le belle passioni cominciò a frequentare il giornalismo nel liceo Parini di Milano, fu uno dei redattori della Zanzara[1], il giornale studentesco fondato nel 1945, del quale divenne in breve il capo redattore.

Successivamente Tobagi entrò all'Avanti di Milano, che lasciò dopo pochi mesi per passare all’Avvenire. Era il 1969, il tempo delle contestazioni, delle quali Tobagi. condivideva le motivazioni ispiratrici. Fu quello il brodo di coltura e il vivaio dei vari terrorismi che stimolarono l’interesse politico e sindacale, da cui trassero origine gli articoli sui congressi territoriali dei partiti, sulle lotte operaie degli anni '70, sulla condizione lavorativa del settore siderurgico, della Fiat Mirafiori, sull'autunno caldo del '72, ecc. Raccontò con passione, ma con professionalità, le cronache della bomba di piazza Fontana, delle piste nere che chiamavano in causa personaggi come Valpreda, Pinelli, Merlino Freda e Ventura, dell'assassinio del commissario Calabresi, della misteriosa morte di Giangiacomo Feltrinelli. Si occupò delle prime operazioni delle BR, di Lotta Continua, di Potere Operaio e di Avanguardia Operaia fino al sequestro Moro. Analizzò attentamente le BR e l’altra eversione armata italiana, dal fenomeno degli autoriduttori che disturbavano le Feste dell'Unità ai primi episodi di sangue, sottolineando la possibilità di un radicamento del terrorismo nei luoghi di lavoro, teorizzò la sterilizzazione dell’ambiente in cui il terrorismo stesso si andava istallando, il “prosciugamento della risaia”.

In Vivere e morire da giudice a Milano Walter scrisse di Emilio Alessandrini, sostituto procuratore della Repubblica, ucciso da Prima Linea all’età di 39 anni, il magistrato si era occupato di indagini su gruppi estremisti di destra e su gruppi terroristi di sinistra.

Sostenne che i terroristi prendevano di mira preferibilmente i riformisti, il loro obiettivo sembrava il togliere dalla scena quel corpus di mediazione che poteva garantire il perpetrarsi del tipo di società che essi rifiutavano.

Il giorno precedente il suo assassinio presiedette un incontro al Circolo della stampa di Milano per discutere del caso Isman, un giornalista del Messaggero, incarcerato per aver pubblicato un documento sul terrorismo. Tobagi fu ucciso alle 11 di mattina da un gruppo di terroristi, Marco Barbone, Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano. Due di questi, appartenevano all'ambiente giornalistico, sono Marco Barbone, figlio di Donato Barbone, dirigente editoriale della casa editrice Sansoni, e Paolo Morandini, figlio del critico cinematografico del quotidiano Il Giorno Morando Morandini.

In pochi mesi le indagini di Carabinieri portarono agli assassini e alla scoperta della organizzazione denominata Brigata XXVIII marzo guidata da Marco Barbone, il quale subito dopo il suo arresto, il 25 settembre del 1980, decise di collaborare con gli inquirenti. Le rivelazioni dell’ex capo portarono consentirono di neutralizzare l'intera Brigata XXVIII marzo e di arrestare oltre un centinaio di sospetti terroristi di sinistra.

Il processo ebbe inizio il 1 marzo 1983 e terminò 28 novembre dello stesso anno, la sentenza suscitò polemiche e rabbia, il giudice Cusumano concesse a Marco Barbone, Mario Ferrandi, Umberto Mazzola, Paolo Morandini, Pio Pugliese e Rocco Ricciardi la libertà provvisoria ordinandone l'immediata scarcerazione “se non detenuti per altra causa”, mentre agli altri membri della XVIII marzo, De Stefano, Giordano e Laus, furono inflitti trent'anni di carcere. Durante il processo si evidenziò una singolare assonanza di punti di vista tra pm e difesa di Barbone e una insolita, contrapposizione tra accusa e parte civile, a quest’ultima fu rifiutata ogni istanza finalizzata a chiarire le dinamiche del delitto e le circostanze che hanno portato Marco Barbone a pentirsi.

Leo Valiani rese omaggio a Walter con queste parole: L'Italia repubblicana non ha fatto, sotto i colpi del terrorismo, la stessa fine dell'Italia liberale sotto i colpi dello squadrismo. I politici, i sindacalisti, i magistrati, i poliziotti ed i carabinieri, i giornalisti, e le grandi masse del paese, hanno imparato qualche cosa dall'amara esperienza del primo dopoguerra. Se hanno saputo difendere la repubblica, lo si deve anche ad uomini come Tobagi ed al loro sacrificio. Buono, generoso quale era, se fosse rimasto in vita, Tobagi non se ne vanterebbe. Ma noi gli dobbiamo sempre un accorato omaggio[2].

In via Salaino, a Milano, all'angolo con via Solari, cioè nei pressi del luogo dell'omicidio, il 28 maggio 2005 è stata posta una targa in memoria di Walter Tobagi. Così la Giunta comunale di Milano, accogliendo la richiesta dell'Associazione Lombarda Giornalisti, di cui Tobagi era presidente, e dell'Ordine del Giornalisti della Lombardia, ha deciso di ricordare l'inviato del Corriere della Sera nel venticinquesimo anniversario della morte. Nella targa è riportato un passo di una lettera che Tobagi scrisse nel dicembre del 1978 alla moglie: ... al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io avverto molto forte: è la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera e indipendente e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani (...) per contribuire a quella ricerca ideologica che mi pare preliminare per qualsiasi mutamento, miglioramento nei comportamenti collettivi.

 

 

* La ribalta degli ex terroristi (Di Benedetta Tobagi) - Pdf

 

Scritti di Walter Tobagi:

· Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia, Milano, 1970;

· Gli anni del manganello, Milano, 1973;

· La fondazione della politica salariale della CGIL, Fondazione Feltrinelli, 1974;

· I cattolici e l'unità sindacale, Esi CGIL, 1976;

· Achille Grandi, sindacalismo cattolico e democrazia sindacale, Bologna, 1977;

· Mario Borsa giornalista liberale, “Il Corriere della sera” e la svolta dell'agosto 1946, in “Problemi dell’informazione”, Anno I n. 3, luglio-settembre 1976;

· La rivoluzione impossibile, l’attentato a Togliatti: violenza politica e reazione popolare, Milano, 1978;

· Il Psi dal centrosinistra all’autunno caldo, in Storia del partito socialista, Venezia, 1978;

· Giorgio Bocca, vita di un giornalista, Collana I Giornalibri, Bari, 1979;

· Il sindacato riformista, Milano, 1979;

· Che cosa contano i sindacati, Milano 1980.

Bibliografia:

  • AA.VV., Walter Tobagi, profeta della ragione, Milano, 2006;
  • AA.VV, Walter Tobagi giornalista, Associazione Lombarda e Provincia di Milano, Milano 2005;
  • Roberto Arlati e Renzo Magosso, Le carte di Moro e perché Tobagi, Franco Angeli, Milano 2003;
  • Aldo Forbice, Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80, Milano 1989;
  • Daniele Biacchessi, Walter Tobagi. Morte di un giornalista, Milano, 2005;
  • Paolo Franchi e Ugo Intini, Le parole di piombo, Walter Tobagi, la sinistra e gli anni del terrorismo, Mondo operaio, Roma, 2005;
  • Gigi Moncalvo, Oltre la notte di piombo, Edizioni Paoline, Milano, 1984;
  • Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore - cuore - Storia di mio padre, Torino, 2009 .

[1] Il nome è stato riutilizzato da Giuseppe Cruciani nella sua trasmissione radiofonica per Radio 24;

[2] Leo Valiani, "Perché lui?", in Aldo Forbice, Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80, Milano 1989;

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Agosto 2010 08:33  

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Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti. Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante. Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce. Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità. (P. Neruda)