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Archeologia
di Danilo Stentella
Già poco tempo prima dell'età del bronzo comparvero, nelle colline pedemontane delle Alpi, dei gruppi organizzati costruttori di palafitte. I primi insediamenti sono documentati sui laghi occidentali. Quando l'età del bronzo era ormai iniziata questi gruppi si erano insediati anche nelle regioni orientali, e in essi si può sicuramente riconoscere l'emergere di quella razza indoeuropea che formò la base dei popoli italici.
Successivamente a questo secondo movimento di colonizzazione da oriente, intorno al seconda metà del secondo millennio a. C., questi gruppi avevano ormai trasferito la loro tecnica costruttiva sulla terraferma producendo le terramare. Le principali caratteristiche di questo popolo sono l'usanza di cremare i morti, estranea all'Italia precedente alle palafitte, e il particolare orientamento secondo il quale disponevano i loro insediamenti.
La fossa e il vallum, che circondarono più tardi il campo romano, trovano un parallelo nel fossato e nel bastione di qualunque terramare, mentre all'intersezione ad angolo retto del cardo e del decumano, ancora leggibile nella stessa area urbana antica di Terni, corrisponde una analoga intersezione delle due strade principali di questi insediamenti primitivi. Particolari riscontrabili nelle terramare si ripetono nello schema adottato dai romani per la delimitazione delle fondamenta della città, anche se la pratica romana viene esageratamente attribuita da numerose fonti, tranne le più antiche, ad una origine etrusca.
Plutarco nel suo Romulus ci da una descrizione molto particolareggiata del rituale. Consisteva nel tracciare con l'aratro i limiti di un templum augurale entro il quale venivano sotterrate delle offerte, a questo sembra, a mio avviso, corrispondere il terrapieno circondato da una trincea, in cui venivano sotterrate offerte votive, che compare sul lato orientale delle terramare. Nella seconda parte della cerimonia i romani tracciavano i limiti della città mediante un solco scavato ad una certa distanza dal templum, e ciò trova una corrispondenza nel solco rituale delle terramare che in certi casi é conservato ai piedi del bastione.
Con l'inizio dell'età del ferro, non più tardi del XII sec. a. C., compaiono sui Colli Albani dei gruppi insediativi, a noi noti come Villanoviani, i quali avevano lasciato tracce della loro marcia verso sud, specialmente in un'area a nord dell'Appennino tra Bologna e l'Adriatico. Questi, seppure ciò non sia provato, possano discendere direttamente dai terramaricoli, sembrano avere strette attinenze con essi e costituiscono un ramo del popolo indoeuropeo che in quel periodo colonizzò vastissime aree dell'Europa.
Questi movimenti migratori contribuirono in misura consistente a dare il proprio carattere all'Umbria e al Lazio storici, importanti tracce furono lasciate nello stesso territorio ternano. I ritrovamenti della necropoli delle acciaierie indicano quel passaggio, dal rito incineratorio a quello inumatorio, tipico di quelle zone d'Italia che videro il lento transito di questi flussi migratori provenienti da nord. Con un'intuizione che sarà confermata solo negli anni cinquanta, in occasione degli scavi condotti nel Lazio settentrionale dalla Oxford University, il Verri ed il Lanzi ipotizzarono che il popolamento vero e proprio della zona fosse avvenuto dopo la fine delle grandi eruzioni dei vulcani laziali, seppure in un'epoca in cui una certa attività eruttiva permaneva, come dimostrano le stratigrafie di campagna del sito di Cor delle Fosse.
In questo luogo, alle pendici del monte S. Angelo, sono stati rinvenuti a più riprese avanzi di insediamenti preistorici, spesso intercalati a strati di ceneri vulcaniche. Nella zona di Ardea e Lavinio, e in grande abbondanza nella stessa Roma, sono riscontrabili le stesse stratificazioni di giacitura delle sepolture che sono state rilevate a Terni ed é opinione ormai diffusa degli archeologi, che studiano questi siti dagli inizi degli anni sessanta, che in queste aree possa aver prevalso il dialetto osco e quello umbro. In particolare nel 1902 fu portata alla luce in Roma, sotto le pendici della Velia, una vasta necropoli che, seppure solo parzialmente scavata, ha restituito una serie di cremazioni che datano dal secondo millennio fino all'XII sec. a. C., mentre dall'VIII al VI sec. il sepolcreto comincia a ricevere i morti di una popolazione di inumatori.
Sul Palatino sono state identificate tracce di un santuario a base quadrata, tipico dell'appennino umbro, mentre il racconto del ratto delle sabine ci tramanda che Romolo fondò un "asylum inter duos lucos" (frequenti anche questi in area umbra), nella depressione tra le due sommità del colle Capitolino.
Anche alla luce di queste considerazioni in anni recenti si é cominciato a pensare che la stessa Roma possa avere un importante debito culturale verso l'area umbro sabellica, forse più che paragonabile a quello sempre vantato verso la cultura etrusca. La stessa affermazione secondo la quale Roma avrebbe imparato dall'Etruria ad impiegare strutture architettoniche ad arco non é basata su alcuna prova, anzi, nei canali di scolo coperti, collegati lateralmente alla Cloaca Massima, Roma può vantare archi a tutto sesto precedenti a qualsiasi arco di questo genere conosciuto in Etruria.
Anche la lingua sembra venirci in aiuto in questa dimostrazione, il latino infatti si caratterizza per la presenza di poche strane parole forse dovute all'Etruria, la sua caratteristica essenziale è invece l'immunità da ogni contaminazione etrusca. La tradizione dei sette re di Roma, pure essendo solo una leggenda, testimonia la originaria costituzione monarchica dello stato romano. Ed anche certe sopravvivenze come la cerimonia del Regifugium o il nome di Regia, dato alla residenza del Pontifex Maximus, che succedette alla posizione del re come massima autorità nella religione dello stato, testimoniano l'esistenza in origine di un capo il cui titolo é identico a quello del "Rig" dei Celti Goidelici o del "Raj" dei migratori ariani provenienti dalle aree delle attuali India e Iran.
Le stesse tradizioni non contengono alcun elemento circa una eventuale trasmissione ereditaria del titolo di re e sembra implicito che il potere del re era derivato dall'espressa volontà della comunità. Esattamente come accadeva per la carica del Rig celtico, che non passava necessariamente di padre in figlio.
Lo stesso termine romano "vallum" sembra trarre origine dalla parola celtico irlandese Oileán (isola); da cui il termine Avallo, usato anche da Geoffey di Monmouth nella sua "Historia Regum Britanniæ" per indicare la mitica Avalon. Resta da ricordare la più essenziale delle testimonianze cui deve rifarsi ogni valutazione del ruolo rappresentato dall'Etruria nella creazione di Roma . Le sepolture sono state trovate in abbondanza sul sito urbano e intorno ad esso, ma nessuna che possa essere riconosciuta come etrusca è stata rinvenuta più vicino del Colle di S. Agata che è sulla riva toscana del Tevere a nord ovest di Monte Mario e a più di 6 Km in linea d'aria dal Foro Romano.
Ora sebbene i ritrovamenti archeologici non sembrano suffragare l'ipotesi di una esclusiva influenza del mondo umbro sabellico su Roma, appare altresì innegabile che l'immigrazione verso la città di genti provenienti dall'Umbria e dalla Sabina, dedite all'inumazione dei loro morti, si protrasse incessantemente nell'arco di tre secoli a partire dal IX secolo a. C., influenzando i costumi e la lingua latina dei preesistenti popoli crematori con i quali si integrarono.
BIBLIOGRAFIA:
- Hugo Last - "The foundation of Rome", in The world ancient history, Cambridge University 1960
- Laura Bonomi Ponzi - in "Cesi", 1989
- Francesco Roncalli - "Gli Umbri", in Italia Omnium Terrarum Alumna, Scheiwiller 1988.
- Giovanni Colonna - "I Latini e gli altri popoli del Lazio", in Italia ... op. cit.