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Paesaggio
di Danilo Stentella
Indagini 1998
Regio Ispettore ai Monumenti dal 1896 come successore di Benedetto Faustini, carica cui corrisponde la attuale di Soprintendente ai beni archeologici architettonici ed ambientali, il Lanzi fu un po' il continuatore dell'opera di Ettore Sconocchia, che sul finire dell'800, quale bibliotecario comunale, provvide a raccogliere i documenti epigrafici antichi posseduti dal comune, nella sala terrena del vecchio palazzo comunale, la attuale bibliomediateca.
Più tardi Luigi Lanzi spostava il tutto nel chiostro del convento di S. Francesco, adiacente al convitto comunale Umberto I di cui fu rettore per 25 anni. Come Regio Ispettore agli scavi e ai monumenti, seguì gli scavi della necropoli delle acciaierie, da cui, nonostante l'impegno profuso, riuscì a salvare soltanto una parte minima dei reperti. Purtroppo per ironia della sorte e per un disinteresse quasi endemico di tutte le amministrazioni, di qualunque ispirazione politica, che da allora hanno gestito la cosa pubblica a Terni, questi oggetti presero in gran parte la via dei magazzini di vari musei dell'Italia centrale, senza avere quasi in nessun caso la dignità dell'esposizione al pubblico, mentre quella parte che rimase in città fu spostata nel dopoguerra dal chiostro di S. Francesco e smembrata tra palazzo Manassei (dove per alcuni anni furono conservati in espositori alcuni materiali delle necropoli protostoriche e alcuni fittili d'età romana) e palazzo Carrara (dove é ancora parzialmente esposta la maggior parte dei materiali epigrafici e scultorei).
Meno noto è invece l'impegno di Lanzi in difesa dell'integrità della bellezza paesaggistica della cascata delle Marmore, con un sentimento che precorreva quelli degli attuali movimenti ambientalisti, in un periodo storico in cui tutto sembrava permesso in nome dello sviluppo industriale, in cui perfino gli ambienti intellettuali e artistici si compiacevano di celebrare, sopra ogni valore, il progresso, la macchina e la velocità.
Fin dal 1890 la questione cominciò ad essere sentita, con l'inizio del rilascio di concessioni di derivazione di acqua dal fiume Velino, la prima delle quali fu a beneficio della Società Terni che fu autorizzata a derivare, alle Marmore, cinque metri cubi di acqua al secondo e convogliarli dalla sponda destra del Cavo Curiano, in tubazioni di ghisa, alle acciaierie per la produzione di aria compressa, che servì tra l'altro ad azionare il "grande maglio". Nel 1898 fu la volta della Società del Carburo che ottenne la concessione per 6 metri cubi.
Nel 1900 venivano derivati dal fiume Velino 29020 metri cubi di acqua, ad opera della Società Alti Forni, Società Italiana per il Carburo di Calcio, Comune di Spoleto, Comune di Rieti e Compagnia dell'Industria Elettrica La cascata si avviava inesorabilmente verso un progressivo prosciugamento. Nel 1903 si occupò della questione dell'utilizzo delle acque delle cascate di Terni e Tivoli, la Regia Accademia di S. Luca. In quella occasione il cavaliere Luigi Guglielmi, consigliere dell'accademia, sostenne che "... le cascate pittoresche e storiche dei fiumi d'Italia sono monumenti nazionali né più né meno che le numerose produzioni dell'arte, e che certe grandezze della natura, le quali contribuiscono a rendere importante, presso tutti i forestieri che visitano l'Italia, il nostro suolo, ci sono state consegnate intatte dai nostri antenati, e quindi debbono essere seriamente tutelate dalle autorità competenti...". La Regia Accademia inviò anche una supplica al Re affinché si interessasse alla questione.
Già nel 1907 il Ministero dei Lavori Pubblici aveva dato incarico all'Ispettorato Superiore del Genio Civile di studiare la questione sollecitata da Lanzi. Le conclusioni consistettero in una serie di buone intenzioni che di fatto non si concretizzarono, in particolare si raccomandava di non accordare nessuna nuova concessione di acqua dal Velino, di restituire integralmente le acque al fiume dal sorgere al calare del sole in tutte le domeniche, nel secondo giorno di Pasqua e nel primo di novembre di ogni anno.
Si raccomandava inoltre di "porre la cascata all'asciutto e di procedere ad una robusta e completa restaurazione generale di essa, ripristinandone le condizioni migliori, quali risultano dalle fotografie di venti anni or sono ...". Il Lanzi, sulla base di questo referto interessò anche il Ministero della Pubblica Istruzione, il quale sollecitò prontamente quello dei Lavori Pubblici affinché avesse preparato un progetto di restauro della cascata. Il costo complessivo dell'intervento fu quantificato in 68000 lire.
Dopo due anni l'opera di restauro non era ancora iniziata, anche se il costo non era particolarmente gravoso tenuto conto che lo stato riscuoteva ogni anno sulla cascata, a titolo di canoni per concessioni industriali la somma di 276000 lire.
Il 22 settembre 1908, Lanzi interviene alla Assemblea Generale tenuta dalla Regia Deputazione di Storia Patria di Foligno con una lunga relazione sulla conservazione della cascata. I punti più salienti del suo intervento furono incentrati sulla necessità di lasciare le acque nel loro alveo naturale tutte le domeniche, in occasione di una festa civile e il giorno di natale, "dall'alba al tramonto". Raccomandò inoltre al Comune di Terni il miglioramento dell'accesso alla cascata.
Con una lettera del 13 aprile 1909 il Ministro della Pubblica Istruzione Fiorilli invitava il Lanzi a Roma per un incontro con il Ministro dei Lavori Pubblici sulla conservazione della Cascata. Il Lanzi si recò a Roma seppure con poca fiducia di poter venire a capo di qualcosa, in quanto quello era il terzo viaggio che faceva per lo stesso motivo. Nello steso anno il Lanzi denunciò una serie di opere abusive realizzate nei pressi del belvedere inferiore: "la Società del Carburo ha costruito un muro in prossimità del belvedere inferiore, a servizio di proprie opere di presa idraulica. Un certo signor Conti ricevette l'ingiunzione di sospendere una cava di pietra sponga sui fianchi del monte, fu multato e trascinato in giudizio.
Il muro della Carburo era stato indebitamente eretto sul suolo della provincia senza che né cantonieri né ingegneri si siano accorti di nulla". Con una pubblicazione sul finire del 1909 Lanzi denunciò che venivano eseguiti lavori nelle adiacenze della cascata che ne deterioravano l'immagine e con una intuizione degna della più moderna progettazione ambientale invocò che attorno ad essa fosse costituita una zona di rispetto e precisamente "in quella parte interna della valle che va dal ponte regolatore fino al ponte di Papigno, entro la quale non sia consentito né disboscamento, né dirocco di rupi, né vi si possano compiere costruzioni se non d'accordo con l'ufficio preposto a tutelare le bellezze della regione".
Come spesso accade per le raccomandazioni disinteressate e di utilità generale, quelle del Lanzi rimasero inascoltate, tanto che di lì a poco con non comune caparbietà e fiducia nell'intervento pubblico si produsse in nuove coraggiose denunce: "... mentre si è cercato di serbare all'ammirazione dei posteri lo spettacolo del Velino che s'inabissa tra le rocce .... nelle vicinanze della cascata si vanno compiendo opere che sviliscono e deturpano la insuperata bellezza del paesaggio. Presso il ciglione, orridamente frastagliato, ora fa capolino una casuccia di colore rosa; presso il viottolo che adduce dal ponte naturale alla specola, un contadino demolisce la quinta formata dal monte boscoso, sebbene quel luogo sia anche soggetto al cosiddetto vincolo forestale; lungo il corso della Nera vengono abbattuti i bellissimi gruppi di ornielli e di lecci che vegetavano da anni sulla sponda e sugli scogli emergenti qua e là dal letto del fiume...".
Nel 1910, il Sindaco Faustini si rivolse con una missiva direttamente al Ministro della Pubblica Istruzione, chiedendone l'interessamento affinché le necessità industriali non avessero prosciugato definitivamente la cascata "... l'industriale a questo grido dell'anima ... oppone il concetto del guadagno giornaliero che gli offre, ma anche l'esistenza della cascata è guadagno, ..., perchè essa richiama continuamente viaggiatori italiani e stranieri ... ". Quello stesso anno il Ministro della Pubblica Istruzione, con una lettera indirizzata al Lanzi lo informava di avere ricevuto il personale impegno del Ministro dei Lavori Pubblici ad impedire qualsiasi manomissione della cascata delle Marmore.
Nondimeno, nonostante la nobile battaglia del Lanzi e le buone intenzioni dei politici dell'epoca, le richieste di captazione di acqua si succedettero negli anni fino al 1923, anno in cui la Società Terni inizio con il Comune di Terni le trattative per avere i diritti venticinquennali di sfruttamento delle acque del Velino, del Nera e dei loro affluenti per produrre in regime di monopolio energia elettrica. La convenzione fu stipulata nel 1927 e nel 1929 un decreto ministeriale. concedeva al Consorzio del Velino la facoltà di sfruttare le acque del fiume per la produzione di energia elettrica. Le acque, attraverso uno sbarramento realizzato all'inizio del Cavo Curiano vennero convogliate alla centrale di Galleto, la quale entrando in funzione nel 1929 prosciugò, per la prima volta, la Cascata delle Marmore. Il decreto ministeriale di concessione imponeva tuttavia il deflusso dalla Cascata di venti metri cubi di acqua al minuto, nei soli giorni festivi, nel tentativo di mitigare le resistenze dei ternani. Per inosservanza di questa parte del decreto, la Cascata rimase muta per venticinque anni, fino al 1947.
Nel 1954 la Società Terni e la Provincia di Terni conclusero un accordo il cui programma prevedeva l'apertura della Cascata per 256 ore annue. Quando, infine, subentrò l'ENEL si giunse all'attuale regimentazione, rispettosa del disciplinare introdotto con il decreto del 1929.
La battaglia del Lanzi può dirsi vinta o persa ? Essendo per natura ottimista e positivista vorrei rispondere affermativamente. Eppure quando penso al cemento che è stato versato e si continua a versare a ridosso della cascata, sotto l'alta motivazione della "valorizzazione ambientale", se penso alle case e casette che ormai hanno definitivamente deturpato proprio quell'area che Lanzi immaginava come di rispetto. Se penso a tutte queste realtà sono costretto a concludere che la battaglia di questo nobile intellettuale ternano (in realtà era nato a Stroncone) sia di fatto irrimediabilmente persa.