Centro Studi Politici e Sociali F. M. Malfatti di Terni


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La grande cultura preistorica alla base dell'identità europea. I riferimenti in Umbria

Archeologia

di Danilo Stentella

Indagini n. 80/2000

Le origini di quelle popolazioni che conferirono ai territori europei una identità culturale sono state a lungo oggetto di speculazioni e controversie, tuttavia il linguaggio e la cultura materiale di quelle genti dimostrano una omogeneità sufficiente per renderli unitariamente identificabili dai popoli allora loro confinanti e da noi oggi. Non comparvero all'improvviso, in conseguenza di una delle fantastiche migrazioni di massa cui alcuni autori hanno spesso fatto riferimento, ma furono popolazioni che costruirono la loro unitarietà lentamente, a partire dal quinto quarto millennio a. C.
Furono identificati con una certa approssimazione, quanto utilmente ai fini dello studio, con il nome di Celti, impiegato per descrivere una moltitudine di tribù con differenti origini etniche e costumi. Tuttavia questa banalizzazione si è dimostrata estremamente calzante dal momento che le ricerche archeologiche hanno confermato che già nel V sec. a.c. grandi aree europee, dalle isole britanniche al Mar Nero e dal nord Italia fino a Iugoslavia e Belgio, condividevano un considerevole numero di elementi identificativi dei propri abitanti, indicatore di un lungo precedente movimento di omogeneizzazione. A partire dal IV secolo a. C. i Celti erano riconosciuti dai loro vicini mediterranei come una delle quattro nazioni periferiche del mondo conosciuto.
É storia, la loro rapida espansione portò alcune tribù celtiche in Italia intorno al 400 a.C. e nel 387 a.c. la stessa Roma fu sconfitta con l'occupazione della capitale; nel 279 a.c. un gruppo di Celti entrò in Grecia e violò i luoghi sacri di Delphi; nel 278 un altro gruppo si stabilì in Asia Minore (Galatia). Anche se non si può parlare di una vera e propria nazione celtica il processo di evoluzione convergente cui dettero luogo comportò lo sviluppo di una importante omogeneità culturale.
Il lento spostamento delle popolazioni protoceltiche dalle regioni prospicienti il Mar Nero verso l'Europa centrale coincise con !'inizio dell'usanza di cremare i defunti e di deporli in urne, a partire dal 1300 a.C. circa. In quel periodo lo sgretolamento degli imperi Ittita e Miceneo comportò una diminuzione della domanda, da parte di questi, di minerali ed altri prodotti causando nelle regioni originarie di quei popoli una situazione che oggi chiameremmo di grave crisi economica, motivo dell'inizio di un processo di lenta ma continua migrazione verso i mercati dell'Europa interna, che si andavano invece sviluppando. In questa seconda fase l'economia di scambio del continente si basò su due prodotti principali, i metalli e il sale minerale, più tardi si attivarono anche consistenti importazioni di vino dall'area mediterranea.
In quel periodo, non più tardi del XII sec. a.C., comparve a Roma e sui colli Albani un popolo con caratteristiche simili a quelle dei gruppi che si stanziarono anche in aree più settentrionali, famosi gli insediamenti dei Celti tra Bologna e l'Adriatico, discendenti di quei migratori indoeuropei che contribuirono in misura consistente a dare un autonomo carattere all'Umbria e al Lazio storici (Cfr. HUGO LAST, La fondazione di Roma, p. 665, in The Cambridge ancient history, London, 1975.). In realtà non si può parlare di un solo popolo ma di un insieme di popolazioni risultanti dall'incontro dei Sa fini con i Paleoumbri, facilitato dalla comune origine indoeuropea.
Gli Umbri, gli Ombrikoi di Erodoto, erano arrivati in Italia prima dei Safini provenienti dalle valli dell'Inne della Drava, mentre i Safini, tra i quali l'etnonimo più noto è quello di Piceni, avevano molto probabilmente avuto origine dai Picenses che erano stanziati a sudest dell'attuale Belgrado. Secondo lo stesso Erodoto gli Onbrikoi abitavano presso il fiume Alpiz, l'attuale Inn, nell'area danubiana settentrionale. dall'VIII secolo a.C. il flusso migratorio dalle regioni dell'est Europa sembra farsi più fluido, soprattutto verso i Balcani, l'Italia, la Francia e l'Iberia. Già tra IX e VII secolo una nuova cultura dei materiali si rende riconoscibile per la produzione in più larga scala di manufatti metallici, è la cultura detta di Hallstatt, dall'omonima località austriaca sede di importanti e numerosi ritrovamenti di quel periodo.
Un importante reperto halstattiano proviene da
Poggio Bustone (Rieti), si tratta di un finimento in bronzo di un cinturone italico, sul quale è rappresentato un cigno accanto al disco solare, del tutto simile ad analoghe decorazioni rinvenute sui vasi di bronzo di Hallstatt e in precedenza in Ungheria nel sito di Hajduboszormeny. La simbologia del cigno e della ruota solare è abbastanza varia, ma ugualmente ricorrente, dall'India, alla Grecia a tutto il nord Europa. Il cigno bianco rappresentava tradizionalmente la luce, nell'indoeuropeo comune la radice swen del suo nome esprime !'idea di sonorità, canto, da essa il latino sonare. In inglese swan "cigno"; tedesco schwan "cigno"; in sanscrito svara "suono'" e svar "luce"; tedesco sonne "sole". Nella mitologia germanica il cigno è l'animale nel quale si trasformano le Walkyrie. Zeus stesso si trasformò in cigno e sotto queste sembianze amò Leda, da questa unione nacquero i gemelli divini Castore e Polluce.
Prima del periodo di Hallstatt il metallo era sostanzialmente utilizzato come un materiale esotico, divenendo da allora in poi estremamente comune nell'Europa continentale e un po' più tardi, circa nel VI secolo a.C., anche nelle isole britanniche. Questo periodo si distinse anche per il ritorno alla pratica inumatoria dei defunti, mentre la pratica inumatoria si perpetuava nella sola Etruria villanoviana. Sono estremamente numerose le tracce lasciate nella penisola italica dalle tribù celtiche che la attraversarono, mescolandosi con la scarsa popolazione autoctona, anche se per motivi di sintesi qui conviene limitarsi, per quanto è possibile, al solo territorio umbro meridionale.
E tuttavia il solo studio delle necropoli degli Umbri è una sorta di limitazione metodologica, quasi come se un ipotetico ricercatore dell'anno 5000 pretendesse di comprendere il complesso funzionamento della nostra civiltà studiando solo ciò che fosse rimasto in quella data dei nostri cimiteri. Sicuramente una situazione di improbabile credibilità scientifica che eppure si ripete ogni volta che si ha la necessità di spiegare qualcosa del nostro passato protostorico, per non parlare delle assurde condizioni in cui si deve lavorare per i periodi anteriori all'età del bronzo.
Le necropoli da sole non possono confortare a sufficienza le teorie degli archeologi, i quali avrebbero la necessità di conoscere di più degli insediamenti abitativi e delle vie di comunicazione, purtroppo solo raramente ritrovati intatti. A volte si può chiedere ausilio allo studio delle lingue e dei toponimi. Sull'origine del nome degli Umbri non c'è nulla di assolutamente certo, le stesse fonti classiche sembrano suggerire tutta una serie di teorie e testimonianze di uno stato di incertezza antico. Lo stesso dicasi per il. Nome dei Naarci o Naharti, abitatori di gran parte dell'attuale bassa Umbria e colonizzatori dell'alto Lazio.
Non si conosce
l'esatta provenienza delle genti che portarono in dote questo nome e che probabilmente formarono qui un loro etnos, fondendosi con gli abita tori originari e accogliendo coloro che nel tempo scelsero di terminare in questa area la loro migrazione. Nella sua opera "La Germania", Tacito ci tramanda l'esistenza di popoli germanici, con tradizioni e credenze simili a quelle dei nostri antichi progenitori, il cui nome aveva la medesima radice del nomen Naarci, e cioè i Naristi e i Naarvali.
(Cfr., TACITO, La Germania, cap. 42, Milano, 1919. "Accanto agli Ermùnduri vivono i Naristi; indi i Marcomanni e i Quadi ... Questi popoli formano per così dire la fronte della Germania da quella parte dov'è circondata dal Danubio. Tutti questi popoli, ad eccezione di poche regioni campestri, abitano boschi, e cime di monti, ed alture. La Suebia è infatti divisa e tagliata da una giogaia ininterrotta di montagne, al di là della quale vivono moltissime popolazioni; basterà nominare le più potenti: gli Ari, gli Elvéconi, i Manimi, gli Elisi e i Naarvali. Presso questi ultimi si vede un bosco, sacro ad un culto antico. Il sacerdote che vi è preposto ha una acconciatura femminile; gli dei secondo l'interpretazione romana sono Castore e Polluce. n.d.a.: - i gemelli sacri sono venerati in quel periodo in tutto il centro Italia -. L'essenza della divinità è la medesima, il suo nome è Alci. Nessun simulacro, nessuna traccia che la religione sia di origine straniera: e tuttavia quegli dei sono adorati proprio come fratelli, giovani entrambi").
Altri elementi ci vengono in aiuto nell'identificazione della formazione di una autonoma e originale cultura protostorica di marcato influsso celtico nell'area umbra meridionale e sabina, sono i toponimi. Il nome dell'abitato di Tarano, in Sabina, a non grande distanza da Terni, può essere messo in relazione a quello del dio celtico Taranis, descritto da Lucano [1, 444-446], con notevole dovizia di particolari sul culto, in due commentari manoscritti rinvenuti a Berna e datati tra il IV e il IX secolo d. C. Nei due documenti lo storico collega il nome di Taranis a due divinità romane, Dispater, dio della morte, e Giove, precisando che ad essi erano offerti sacrifici umani. Tertulliano [Ad Nationes, 1, lO] afferma che Dispater ha come attributo un martello, similmente a certe divinità del tuono nordeuropee.
Lo stesso culto di Taranis, o Taranus, è assimilato a quello dei fulmini, divenuto poi, in epoca cristiana, appannaggio di Santa Barbara. Taran in lingua bretone significa tuono. La località di Ventina, la romana Vindina, nota per il suggestivo laghetto superstite dell'antico lacus Velinus, sembra poter trarre il suo nome dalla divinità romano-britannica Coventina, venerata, soprattutto nel nord dell'Inghilterra, in prossimità di sorgenti e laghi. Culti lacustri e palustri di questo genere, per quanto attiene l'età del bronzo e successive, sono stati ampiamente documentati anche da un importante studio, di recente pubblicato, sull'area di Colfiorito.
La divinità celtica delle sorgenti Sulis può avere dato il nome all'area di Carsulis (Carsulae), questo insediamento di tipo puramente cultuale sorse infatti intorno ad alcune sorgenti termali oggi spostatesi a valle a causa di alcune modificazioni occorse nel sistema carsico della zona. Nelle dedicazioni romano-celtiche questa divinità era spesso associata alla dea romana Minerva, ma ogni volta, invariabilmente, il nome Sulis si trova anteposto. Altro elemento ricorrente mente riscontrabile è quello dell'uso di effettuare dei danneggiamenti rituali delle offerte a queste divinità delle sorgenti o lacustri, forse per renderle inappetibili ai ladri, come confermano alcuni analoghi ritrovamenti provenienti, con incerta collocazione, dalla piana reatina, come è noto anch'essa di origine lacustre (Contigliano).
Inoltre, le sepolture dei guerrieri rinvenute nel nostro comprensorio, le più famose quelle delle necropoli delle acciaierie, rispettano uno schema tipologico proprio dei popoli che vissero nell'attuale Gran Bretagna e nel centro nord del continente europeo. I guerrieri erano deposti con il loro completo equipaggiamento da battaglia, una spada, sette lance, uno scudo, il tutto spesso accompagnato da contenitori in terracotta.
Si potrebbe continuare nell'elencare tutta una serie di corrispondenze che la cultura celtica centro europea e dell'Italia settentrionale ha avuto con quella paleoumbra, sicuramente a discapito di una certa sintesi, ma ritengo che gli elementi forniti diano un quadro sufficiente della situazione conoscitiva della materia a oggi. Ritengo che lo studio possa continuare ad indirizzarsi con profitto nella direzione dell'analisi degli elementi linguistici e dei costumi piuttosto che degli oggetti di scavo, questi ultimi infatti, da soli, non possono condurre utilmente il ragionamento del ricercatore. Sarebbe come dire che quel ricercatore dell'anno 5000, cui ho fatto riferimento sopra, potrebbe tranquillamente sostenere che l'Europa dell'anno 2000 fosse abitata da una sola etnia parlante la medesima lingua, sulla base della omogenea distribuzione sul territorio di certi oggetti, ad esempio televisori, automobili, compact disk ecc.
Questa, più o meno, è la medesima leggera ingenuità commessa dagli allestitori di una mostra che si è tenuta a Temi presso palazzo Gazzoli, dal mese di aprile 2000, dal titolo: "La vita e la morte sulle rive del fiume Nahar. Il periodo orientalizzante a Temi: vecchi e nuovi ritrovamenti", che lascia velatamente sottendere l'esistenza di un periodo in cui una certa cultura filoellenica ed etrusca possa avere avuto forti influenze nel territorio naharco. Tutto ciò per il ritrovamento in alcune tombe di pregevoli vasi di stile greco, che all'epoca venivano importati dall'alto Lazio per il tramite delle vie preesistenti al tracciato dell'antica via Amerina, dei quali si può ammirare gran numero di ottimi esemplari, di fattura identica a quelli esposti a Temi, presso il museo civico di Civitavecchia (nei quali addirittura le anse recano gli stessi motivi animali).
Seguendo lo stesso metodo, degli incauti allestitori potrebbero intitolare una analoga mostra presso la vicina Cerveteri ed intitolarla "Il periodo umbricizzante a Cerveteri", perché in alcune tombe etrusche sono stati rinvenuti alcuni bronzetti votivi di fattura umbra che si trovavano lì a seguito di un fenomeno più semplice che ancora oggi chiamiamo scambio commerciale (N.d.a. Proprio alle produzioni votive di importazione umbra fu dedicata una sezione della mostra di Viterbo della collezione etrusca di proprietà dell'Ermitage di San Pietroburgo, tenutasi pochi anni or sono presso il Palazzo dei Papi).
Gli oggetti di produzione etrusca rinvenuti in territorio umbro non testimoniano neanche l'esistenza di un rapporto stabile di scambi tra area umbra e territorio etrusco, in ricorrente conflitto per il controllo dei territori. La funzione di cerniera tra queste due aree geografiche era svolta dalle città falische, in particolare Narce (evidente la radice umbra del nome) e Falerii Veteres, nel quadro di un sistema di comunicazioni incardinato sull'asse della valle del Tevere. Il territorio falisco era delimitato ad est dal corso del Tevere e ad ovest dai monti Cimini, da nord a sud si sviluppava tra la confluenza del Nera e quella del Treja nel Tevere. Attraverso questo canale di comunicazione è documentato l'arrivo precoce, già dall'VIII sec. a.C., di oggetti di importazione greca e orientale (Cfr. LORENZO QUILICI, La civiltà del Lazio primitivo, in Il Lazio antico, Roma, 1986, Istituto di Topografia Antica, Università di Roma, pp. 43-56.).
Durante i secoli VI e V a. C. l'agro falisco era un fervente centro di commercio di prodotti attici, principalmente ceramiche a figure nere, prima, e a figure rosse successivamente, che ben presto gli artigiani locali cominciarono a copiare e autoprodurre. Il collegamento commerciale con il territorio umbro era garantito, in età arcaica, da un importante guado sulla riva sinistra del fiume Tevere, in corrispondenza della foce del Treja. Esso era collegato al territorio falisco, in particolare a Falerii Veteres, da una via che passava a nord del monte Lombrica. Più tardi sorse a nord il porto romano di Seripola, nel territorio di Orte. La via Amerina fu in quel periodo il più rapido canale di comunicazione tra l'ager faliscus e l'Umbria. Non si conosce la data esatta della sua costruzione ma si può ipotizzare che i romani abbiano utilizzato e conservato un tracciato preesistente, sul quale posero una pavimentazione di selce e trachite. Per concludere su famoso "Periodo orientalizzante a Temi"; quando gli accademici parlano di una dipendenza culturale degli umbri dagli etruschi (vedi Torelli, 1981) possono riferirsi solo a tal uni oggetti di importazione rinvenuti in territorio umbro relativamente all'età storica, mentre, innegabilmente, le relazioni protostoriche umbre ci guidano in direzione dell'area picena.

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