Centro Studi Politici e Sociali F. M. Malfatti di Terni


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Partito Comunista Italiano

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Partito Comunista Italiano

Fu fondato nel 1921, con il nome di Partito comunista d'Italia, in seguito alla scissione di alcune correnti della sinistra del Partito socialista italiano (PSI) durante il Congresso di Livorno; tra i suoi fondatori furono Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga, l'uno legato all'esperienza torinese dei consigli di fabbrica (1919), l'altro fondatore della rivista "Il Soviet". Il nuovo partito, ispirandosi alla rivoluzione sovietica, si proponeva di realizzare anche in Italia un sistema socialista. Amedeo Bordiga fu segretario del partito fino al 1926 quando, al Terzo congresso del PCI tenuto a Lione, venne accusato di settarismo e messo in minoranza.
La nuova linea del Partito comunista venne fissata da Gramsci e Palmiro Togliatti nelle Tesi di Lione, in cui ponevano le premesse per la costruzione di un partito di massa e facevano un'analisi del fascismo che ne coglieva le tendenze all'imperialismo e alla guerra. Decapitato dei suoi dirigenti dal regime fascista (Gramsci, arrestato nel 1926, morì in carcere nel 1937) e dichiarato illegale, il Partito comunista si organizzò nella clandestinità e, nonostante la repressione fascista e le epurazioni interne di matrice staliniana, riuscì a sopravvivere, mantenendo viva l'opposizione al fascismo. Con altri gruppi politici (Partito Popolare, Partito Socialista, Partito d'Azione, Partito liberale) operò poi tra il 1943 e il 1945 nella guerra partigiana, alla quale i suoi militanti diedero un preponderante contributo.
Il rientro in Italia (1944) di Palmiro Togliatti da Mosca segnò un mutamento di indirizzo: il PCI abbandonava la prospettiva di realizzare il socialismo in Italia per via rivoluzionaria. Passando a svolgere una funzione primaria nel processo politico italiano, Togliatti annunciò la disponibilità del Partito comunista italiano (fu adottato un nuovo nome) a far parte del governo guidato da Pietro Badoglio, accantonando la "pregiudiziale repubblicana" (svolta di Salerno). Tra gli obbiettivi da raggiungere il congresso del dicembre 1945 poneva la nazionalizzazione dei grandi complessi industriali, delle grandi banche e l'esproprio dei latifondi a favore della piccola e media proprietà. Dopo la guerra di Liberazione, sotto la guida di Palmiro Togliatti, il Partito Comunista elaborò i principi della sua politica economica: a. risolvere il problema della disoccupazione con l'aumento della produzione e non con i sussidi ai disoccupati, b. sviluppare la produzione industriale ed agricola, c. realizzare una maggiore giustizia sociale anche grazie alla lotta all'evasione, d. creare "consigli di gestione" che esercitassero il controllo popolare sulle grandi aziende.
La storia del PCI nel dopoguerra si è identificata con l'evoluzione attraversata dall'URSS, col ruolo carismatico attribuito ai suoi leaders e infine con le lotte sociali sviluppatesi nel paese di cui la base di questo partito è stata la componente più numerosa e attiva. Il partito comunista si affidava ad alcune idee-forza, come il mito della rivoluzione d'ottobre, l'esaltazione di Stalin vincitore delle armate naziste e l'apologia dell'URSS, paese modello del socialismo, mentre ogni aspetto del marxismo che non fosse di matrice sovietica era condannato.
Al governo con tre ministri dal 1944 al 1947, il PCI pur mantenendo il suo allineamento filo-sovietico tenne a rassicurare i moderati, frenando gli atteggiamenti intransigenti della base, concedendo l'amnistia ai fascisti in nome della pacificazione nazionale e votando a favore dell'articolo 7 della Costituzione proposto dalla DC. Ciononostante, nel 1947 il PCI fu estromesso dal governo e, nel clima della Guerra Fredda, venne confinato in un'opposizione sterile e senza sbocchi. Costretto all'opposizione, il partito assunse posizioni molto critiche verso il "governo nero", il "governo della discordia e della fame", come venne definito il centrismo di De Gasperi.
Intanto, superata la battuta d'arresto nelle elezioni del 1948, il PCI si avviava a diventare il principale partito della sinistra in Italia e il più grande partito comunista dell'occidente. Escluso dal governo centrale, il PCI ebbe modo di affinare e di dimostrare le sue capacità di governo amministrando numerose città delle regioni dell'Italia centrale. La morte di Stalin e la denuncia dei suoi crimini dalla tribuna del XX congresso del PCUS (febbraio 1956), incrinò la compattezza ideologica del partito. Nonostante i tentativi di Togliatti e degli altri dirigenti di minimizzarne l'importanza, il rapporto Kruscev provocò un profondo sbandamento nel partito. Così, quando nel novembre 1956 Polonia e Ungheria insorsero contro i regimi stalinisti dei loro paesi, numerosi esponenti, anche di primo piano, lasciarono il partito. : Nell'VIII congresso (1956), Togliatti, leader capace, avviò un proceso di modificazione graduale della linea del partito, fondata su tre capisaldi: a. non vi era più "né stato guida, né partito guida" (riferendosi all'URSS), b. la via italiana al socialismo prevede la trasformazione dello Stato borghese in Stato socialista attraverso il metodo democratico, c. piena adesione alla democrazia parlamentare, alla difesa della pace e all'indipendenza nazionale.
La morte di Togliatti (1964) scosse profondamente il partito, la cui direzione passò a Longo. Durante la segreteria Longo si esasperò il contrasto dell'URSS con la Cina e declinò ulteriormente la credibilità del socialismo reale dell'Est europeo, mentre all'interno del partito si delineava una fronda che andava da Ingrao alla sinistra giovanile di Achille Occhetto. Nei confronti delle iniziative del movimento studentesco il PCI tenne un atteggiamento molto critico, giudicandole spesso provocazioni anticomuniste e facendo proprie le tesi della questura circa le responsabilità dell'anarchico Valpreda nell'attentato di Piazza Fontana a Milano (dicembre 1969).
Nel timore di una involuzione autoritaria del paese, di cui la strategia della tensione era un chiaro segnale, il PCI avvertì la necessità di alleanze politiche più ampie, cercando il dialogo diretto con la DC. Di questa tesi, definita compromesso storico, fu sostenitore Enrico Berlinguer, eletto segretario nel 1972. Gli scarsi risultati ottenuti nella collaborazione con la DC determinarono l'insuccesso e quindi l'abbandono di questa politica (1979). Berlinguer, segretario fino al 1984, aumentò le distanze tra il PCI e Mosca facendosi portavoce e sostenitore dell'eurocomunismo, che: 1. proclamava l'autonomia dei partiti comunisti dell'Europa Occidentale dall'Unione Sovietica (di cui si condannava la politica di potenza), 2. proponeva un modello di Stato socialista che faceva proprie le acquisizioni delle democrazie occidentali (metodo democratico e libertà personali), 3. criticava le violazioni dei diritti umani nell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS). Fortemente impegnato nella campagna in difesa del divorzio, il PCI fu premiato alle amministrative del 1975, che rivoluzionarono la geografia politica dell'Italia con l'espandersi delle giunte rosse, e nelle politiche del 1976, alle quali ottenne il miglior risultato della sua storia con il 34,4%.
Nonostante questo successo elettorale, la pregiudiziale anticomunista degli altri partiti e i vincoli internazionali dell'Italia all'interno dell'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (NATO) impedirono che quei voti fossero utilizzati. Invece dell'alternanza governo-opposizione si sviluppò allora la pratica del consociativismo, ossia del tentativo di corresponsabilizzazione, su decisioni importanti per gli interessi della nazione, anche delle forze dell'opposizione; tale pratica, degenerata talvolta in accordi d'interesse puramente partitico, è all'origine dell'uso con valore negativo del termine "consociativismo" che viene fatto oggi in politica. Le azioni terroristiche e il rapimento di Moro, da parte delle Brigate Rosse (1978), portarono i comunisti ad accettare la cosiddetta emergenza, puntando sulla solidarietà nazionale tra i partiti dell'arco costituzionale e sull'appoggio esterno al governo Andreotti (1978-79).
Il successivo calo elettorale, preludio di un declino sempre più preoccupante, convinse tuttavia il PCI a tornare all'opposizione con una strategia politica di alternativa democratica al sistema di potere democristiano. Alla morte di Berlinguer (1984), il nuovo segretario, Alessandro Natta, ereditò una situazione di profonda crisi di identità del partito investito in rapida successione da una serie di mutamenti politici e ideologici, tra i quali la fine del mito di Togliatti, accusato di corresponsabilità con lo stalinismo, l'ondata di neoliberismo economico che attraversava tutto il mondo, il rapido declino dei paesi dell'est europeo e della stessa Unione Sovietica.
Un'ulteriore svolta al PCI fu impressa, fra il 1990 e il 1991, da Achille Ochetto (eletto segretario nel 1988), il quale decise, prendendo atto del crollo dei sistemi socialisti in URSS e nell'Europa dell'Est, di accelerare la trasformazione del PCI. Durante il XX congresso di Rimini del 1991, il Partito comunista italiano si sciolse per confluire in una nuova formazione, il Partito democratico della sinistra, mentre l'ala sinistra creava un nuovo partito, che si considerava l'erede della tradizione rivoluzionaria del PCI, il Partito della rifondazione comunista.

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