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Nel febbraio 1991 la minoranza dissidente del vecchio Pci (circa 1/3), guidata da Cossutta, Garavini e Libertini, abbandonò il neonato Partito democratico della sinistra e fondò un Movimento per la rifondazione comunista, ufficializzato, nel dicembre dello stesso anno, in Partito della rifondazione comunista (Rc), al quale aderirono anche Democrazia proletaria e altri gruppi minori di orientamento maoista, proponendosi come autentico erede della tradizione comunista. Rifondazione comunista si presentò nello schieramento dei Progressisti alle elezioni del 1994 e nella coalizione dell'Ulivo che vinse le elezioni del 1996 (fu usata la tecnica della "desistenza": Rifondazione comunistra non presentò suoi candidati in tutti i collegi uninominali, la coalizione dell'Ulivo riversò i suoi voti sul candidato di Rifondazione nei collegi concordati), ma non partecipò con suoi ministri al governo presieduto da Romano Prodi, limitandosi a un ruolo dialettico di appoggio, e di condizionamento, dall'esterno. Ne era presidente Armando Cossutta, segretario Fausto Bertinotti.
Nell'ottobre 1998 il partito, in disaccordo sulle linee essenziali di politica economica e sociale, si ritirò dalla maggioranza che appoggiava il governo Prodi. Questo sarebbe caduto, se non avesse ricevuto la fiducia almeno di una parte dei parlamentari di Rifondazione comunista. Sulla questione dell'appoggio al governo dell'ULivo il partito si spezzò in due; da una parte l'ala di Bertinotti che non intendeva più sostenere la maggioranza, dall'altra i "Cossuttiani", decisi a sostenere un nuovo governo (presieduto da d'Alema), i quali uscirono da Rifondazione comunista e formando un nuovo schieramento: il Partito dei comunisti italiani (PDCI).