Centro Studi Politici e Sociali F. M. Malfatti di Terni


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S. Martino a Taizzano

Beni culturali

Chiesa di San Martino a Taizzano (Narni)

QUALCOSA SULLA CHIESA DI S. MARTINO DI TAIZZANO
di Guerriero Bolli

(Già pubblicato in "Indagini" settembre 2004)

Nell'ambito della Burgaria narnese, la chiesa di S. Martino, più volte saccheggiata, è senz'altro il monumento principale, per la sua nobile architettura e per la sua alta epoca di fondazione. (1 La chiesa di S. Martino fu oggetto di una nota di R. Robusti che nella Guida di Narni -1924 - dice : Entro il territorio di Taizzano si può ammirare il rudero della chiesa di S. Martino che sebbene sfidi validamente le intemperie, va gradatamente cedendo alle piante che la infestano ed a coloro che ne
asportano le bellissime pietre conce.
E' veramente un gran danno che sia lasciata così in abbandono. Il Robusti, intendeva riferirsi alla asportazione delle tre colonne della navata sinistra, che provocò la caduta del tetto. Che le colonne siano state asportate si evince dal fatto che esse sono sparite e quindi non cadute ma divelte, da qualche "amatore" in grado di effettuare tale difficile trapianto. L'ultimo furto fu quello dei capitelli delle colonne del portale.).
Essa è stata studiata solo dal Castelfranco e poi del tutto ignorata, fatta eccezione per qualche marginale scritto più di valore periegetico che scientifico. Il saggio del Castelfranco - al quale rimando il Lettore interessato - si conclude con la richiesta della ricerca dell'anello della catena della progressione delle forme architettoniche che si interpone fra il portale di S. Martino nettamente precedente a quello di S. Ambrogio di Milano che, così dice il Castelfranco, è ritenuto sinora, dai più autorevoli scrittori, come il più antico d'Italia.
Sarà bene precisare subito che nel suo saggio il Castelfranco sostiene che il nartece della chiesa di S. Martino, al quale si accede tramite il portale, è un'aggiunta alla facciata primitiva della chiesa, mentre in realtà il nartece fu costruito insieme alla chiesa stessa e l'aggiunta, fatta in secondo tempo, fu solo quella delle due parti laterali al nartece, per livellare su un solo piano la facciata, adeguandola al nuovo gusto e creando anche due minuscoli locali utili per servizio di ripostiglio. Il nartece quindi fu costruito insieme alla chiesa e rappresentò la parte inferiore della torre che avrebbe contenuto al primo piano il Westwerk e, più in alto, la cella campanaria.
(Per i non specialisti dirò che il Westwerk è un locale ricavato nella torre campanile dal quale si poteva, attraverso una finestra o un balcone, assistere alla funzione religiosa senza mescolarsi con il pubblico. In genere questo locale era destinato al potere politico (imperatori, re, alti magistrati). Essendo contrapposto all'altare maggiore orientato ad Est, veniva indicato come Ovest della fabbrica, Westwerk).
Con questa disposizione della torre-campanile al centro e davanti alla facciata, la chiesa di S. Martino assumeva lo stesso aspetto della chiesa di S. Giovenale di Blera ( VT ) e di Ponte di Benevento, e vorrei aggiungere di S. Michele Arcangelo di Schifanoia, che oggi è priva del campanile che una volta era sulla sua facciata. Come si può osservare in queste chiese, databili intorno al IX secolo, la torre campanaria si trova al centro della facciata e si apre in basso per fare posto alla porta di ingresso della chiesa, che si carica così di una simbolica centralità che chiede solo di essere espressa da una struttura solenne che rammenti, a colui che entra, che sta varcando la soglia della casa di Dio. A questa sacralità si sarà ispirato l'ignoto architetto quando arricchì la porta di altri due stipiti, di cui uno colonnare, facendone un triplice portale racchiuso in un arco a tutto sesto con la grande ghiera raggiante che lo corona.
Davanti a questo portale il Castelfranco sente di trovarsi in presenza di un vero motivo artistico realizzatosi per via di intuizione estetica non di deduzione pratica e logica. Secondo il Castelfranco la facciata di S. Martino rappresenta un autentico pezzo di architettura primitiva, cioè di una enorme semplicità improntata alle più semplici esigenze espressive e costruttive. Sottolineo le esigenze espressive che evidentemente si riferiscono all'idea della sacralità della porta. Al Castelfranco, israelita, forse venne in mente quello che era stato detto del tempio di Gerusalemme Terribilis est locus iste, domus Dei et porta Coeli.
Inoltre l'Illustre Archeologo - dopo aver intuito che nella grande ghiera ad arco eccedente (a ferro di cavallo ) vi era qualcosa di orientale, aggiunge dubitoso: "Ma d'altra parte anche lo sviluppo del tipo romanzo, non è del tutto chiaro pure ammettendo quasi un secolo di intervallo e personalità artistiche di una certa personalità; non si passa dalla forma di S. Martino a quella di S. Ambrogio facilmente, altri esemplari perduti o poco noti dovettero distendersi a catena fra l'una, primitiva e nascente, e l'altra elaboratisima." Dalla forte somiglianza della facciata della chiesa di Taizzano e quella di S. Giovenale di Blera e di S. Anastasia a Benevento si deduce la contemporaneità delle tre chiese; solo il ductus murario della chiesa di S. Martino, mirabile per la politezza delle pietre conce, eccelle su quello delle chiese citate il cui tono banausico non ha nulla in comune con quello regale di S. Martino di Taizzano.
Il saggio del Castelfranco si estende ovviamente anche al fabbricato e prende in esame gli archi ribassati che sostengono il tetto. A questo tipo di arco appartengono gli archi del duomo di Narni (1145), quelli di S.Maria in pensole (1175) e di qualche altro monumento della Sabina. Ma il Castelfranco non considera l'arco ribassato una novità del protoromanico, perché l'arco ribassato era molto impiegato dagli architetti romani sia come arco di scarico sia come arco di apparenza ed il suo impiego quindi non è una novità protoromanica ma è una costante dell'architettura romana. Infatti l'architettura romanica sarà caratterizzata dall'arco a tutto sesto, a maggior spinta laterale, arco che tendeva a sconfinare nell'arco a sesto acuto del gotico. Ne consegue che la presenza dell'arco ribassato sarebbe addirittura in controtendenza al romanico. L'impiego dell'arco ribassato aveva come conseguenza l'aumento del passo intercolonnare non più condizionato dal raggio dell'arco a tutto sesto, ma solo dalla freccia dell'arco ribassato.
L'impiego dell'arco ribassato consentiva un sensibile risparmio perché riduceva il numero delle colonne che tutt'al più potevano aumentare di modulo e conteneva l'altezza della navata condizionata solo dalla freccia dell'arco. Forse la sola novità era rappresentata dai capitelli che attenuavano l'ornatezza di quelli corinzi sostituendo le foglie dell'acanto con quelle dell'acquatico nenufaro più scarne ed essenziali e più facili a scolpire, come già avevano fatto gli scalpellini greci del Proconneso.
Si potrebbe supporre che in seguito l'uso degli archi a sesto ribassato sia stato adottato dall'architetto del Duomo di Narni e di S. Maria in pensole e della Collegiata di Lugnano. All'impiego dell'arco ribassato che resisteva ai carichi verticali fu in seguito preferito l'arco romano a tutto sesto che consentiva anche una resistenza alle spinte laterali. In seguito venne sempre più ad essere impiegato l'arco acuto che resisteva principalmente alle spinte laterali assai presenti negli edifici gotici di struttura più complessa.
Ma la motivazione di queste brevi note, sta nella constatazione di come il Castelfranco non sia mai stato a Borgheria, ove avrebbe trovato un tipo di arco fratello gemello del primo arco del portale di S. Martino che sarebbe stato per lui un sicuro riferimento stilistico. Infatti anche questo tipo di arco di Borgheria è a tutto sesto, con ghiera raggiata con estradosso eccedente, racchiuso in una cornice aggettante e quindi i due archi sono uguali fra loro.
L'assoluta ugaglianza dell'arco maggiore del portale di S.Martino e dell'arco del portale di Borgheria ci induce a pensare che i due edifici fossero coevi e della stessa matrice bizantina. Ci sarebbe da supporre che la chiesa di S.Martino fosse stata la chiesa della Burgaria e che in seguito venne adottata dai Longobardi che si stabilirono in questo territorio verso il 730 e vi restarono fino all'arrivo dei Franchi senza perdere la loro identità che Carlo Magno conservò, dicendosi anche oltre che re dei Franchi anche re dei Longobardi (rex francorum atque langobardorum).
Questa seconda fase storica della chiesa comportò ovviamente qualche modifica strutturale per adeguarla alle nuove esigenze del culto dei longobardi che se non erano più ariani ma cattolici, sicuramente conservavano ancora qualche antica abitudine devozionale e magari anche qualche superstizione. A questi tempi dovrebbe risalire l'altare che oggi si trova a Narni, che benché foggiato per la liturgia cristiana non ha nulla di bizantino ma è tipicamente barbarico, specialmente nella parte centrale a forma di tau (croce commissa). (Nel pavimento davanti all'abside si vedono resti di mosaici romani e frammenti di marmi classici.
Da questa chiesa proviene l'altare marmoreo che oggi è museo di Narni. Questo altare è formato da una mensa, da un antependio a forma di tau, di fattura barbarica, e da due pilastrini di sostegno. Questo altare fu da me visto e fotografato nel pollaio di una vicina casa colonica. Io ne feci oggetto di un mio articolo che fu pubblicato sul Messaggero nel 1954. A seguito di questo articolo l'ispettore onorario prof. Castellani interessò la Soprintendenza segnalando l'altare che il Castelfranco aveva già notato. Il mio scritto fu anche letto dai Benedettini di S.Anselmo di Roma che vennero a Taizzano per acquistare l'altare, supponendo che il detentore potesse venderglielo, cosa che non avvenne.
La comitiva benedettina era guidata dal padre Agostino Mayer O.S.B., che poi sarà cardinale,. In seguito la proprietaria signora Achillini vendette l'altare al Comune di Narni tramite la Soprintendenza, lettera del P. Agostino Mayer del 21.01.1956. Altro reperto importante già nella chiesa di S.Martino e l'urna descritta dall'Eroli,(Miscellanea, I.).
Altro elemento longobardo è il Westwerk che oggi viene talvolta detto sala regia che sovrastava il nartece ed era sovrastato dalla cella campanaria. Alla chiesa di S.Martino, che forse prese questo titolo in tempi carolingi era annesso un piccolo monastero, sito nell'ambito della chiesa ed ancora oggi esistente, anche se trasformato in casa di campagna. Tutte queste considerazioni mi sembra che orientino la datazione della chiesa di S.Martino verso il periodo bizantino-protolongobardo, anche per quel Westwerk che si intravede nella facciata della chiesa e nel suo interno, che conferisce alla chiesa il sigillo di una regale committenza.
Dopo queste considerazioni la matassa arruffata di S. Martino, come la definisce il Castelfranco, è ancora più arruffata ma forse per questo sempre più stimolante ed intrigante. Purtroppo recentemente questa chiesa ha "subito" un restauro che se ha consentito la ricostruzione del tetto salvandola dalle intemperie e dalle vegetazioni infestanti, l' ha privata di alcune caratteristiche che la rendevano rara, se non unica, nel suo genere.
Per quanto è dato da vedere dall'esterno, si può subito notare come non sia stata restituita al nartece della chiesa la sua caratteristica originale, quella di avancorpo sostenente il vano del Westweerk e della cella campanaria, il cui insieme formava il campanile che nel IX secolo veniva collocato al centro della facciata delle chiese. Sono state invece conservate le due superfetazioni laterali al nartece, aggiunte in secondo tempo all'edificio con l'intento di allineare la facciata, la quale risulta sproporzionata rispetto al portale il cui arco a tutto sesto era stato dimensionato per sostenere il peso del campanile che non c'è più. C'è solo un improbabile campaniletto a vela che completa questo, speriamo, emendabile restauro.

Chiesa di San Martino a Taizzano (Narni)
Benevento, chiesa di Sant'Anastasia
Chiesa di Blera

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